GIORNALISMO E SERVIZI SEGRETI

Le organizzazioni preposte alla ricerca dell’informazione, elemento base del controllo e della gestione del potere in qualunque paese, non hanno mai esitato sulla scelta dei mezzi per ottenere lo scopo.

Di Roberto Roggero

Conferenza stampa con relatori importanti

Molti secoli fa il celebre Niccolò Macchiavelli l’aveva scritto: “il fine giustifica i mezzi”, parlando della politica spregiudicata dei signori e principi del tempo. Cambiano abiti, abitudini, mode, scienze (la cui specifica applicazione nel campo dei servizi segreti oggi ha raggiunto una tecnologia sorprendente), ma il metodo di base rimane pressoché invariato.

Strumento di disegno tecnico vintage

In Italia, il servizio segreto del Regno nasce ufficialmente nel 1866, cinque anni dopo l’unificazione, e da subito assume quelle caratteristiche che lo avrebbero distinto: origini oscure e difficilmente rintracciabili, esercizio assolutamente riservato e per questo con una componente di sventatezza e azzardo sorprendenti, numero dei componenti segreto, gli stessi agenti immersi nel più misterioso anonimato, gerarchia e struttura di comunicazione interna sconosciute, sospette implicazioni con alcune logge massoniche.
Certo, in tutti i servizi di informazione del mondo la trasparenza è vocabolo sconosciuto, ma in Italia questo è particolarmente sentito e inoltre garantisce impunibilità e non perseguibilità di alcun reato, se compiuto nell’esercizio del dovere. I servizi segreti hanno lo scopo di proteggere la sicurezza interna ed esterna del paese, ma nella maggior parte dei casi diventano lo strumento per il mantenimento del potere da parte della parte politica al governo, qualunque sia il nome o la sigla che li indichi.
La storia ci ha poi ampiamente dimostrato come, oltre alle rivalità fra i servizi segreti di vari paesi, esistono discordie, competizioni e deviazioni anche all’interno dei servizi di un qualunque paese. Le trame oscure e le iniziative deviate di un servizio informazioni, nascono nel momento stesso della sua creazione.
L’Italia repubblicana ha visto la nascita del servizio informazioni segreto, ufficialmente, il 1° settembre 1949, prendendo spunto da quello che era stato il SIM (Servizio Informazioni Militari) dell’esercito durante l’ultima guerra mondiale.

Logo della CIA e edificio

Il nuovo nome è SIFAR o Servizio Informazioni Forze Armate che, da subito, appare caratterizzato da alcune anomalie: la sua fondazione non si deve ad alcun decreto parlamentare, nessun dibattito di governo, nessun particolare procedimento, appare come da nulla, in seguito a una circolare emanata dall’onorevole Randolfo Pacciardi del Partito Repubblicano, che all’epoca è ministro della Difesa. Circa tre anni dopo la dichiarazione ufficiale della fondazione della Repubblica Italiana, e non a caso: tale periodo era stato necessario per allontanare, elegantemente ma con la dovuta decisione, ogni pericolosa influenza della sinistra nell’esercizio di governo, e quindi aderire senza intoppi al Patto atlantico e alla NATO. Alla direzione del SIFAR è posto il generale Carlo Del Re, non dichiaratamente ma di fatto in stretti rapporti con il plenipotenziario della CIA americana in Italia, Carmel Offie. Nel 1951 il generale Del Re viene sostituito dal parigrado Umberto Broccoli, l’uomo al quale pare risalga la intricata e tormentata vicenda del caso “Gladio”, sostituito dopo circa un anno dal generale Ettore Musco, fondatore, nel ’47, della Armata Italiana per la Libertà, una ristretta cerchia di ufficiali superiori delle Forze Armate, finanziata da Washington. Ettore Musco, proprio con i finanziamenti della CIA, avrebbe infatti acquistato la tenuta di Capo Marrargiu, in Sardegna, che sarebbe diventata il centro nevralgico della vicenda “Gladio”.

Il caso “Gladio” è forse il più clamoroso scandalo dei servizi segreti che sia venuto alla luce, insieme al caso Moro. Il periodo della Guerra Fredda ha costretto l’Italia come molti altri paesi a dotarsi di strutture adatte alla difesa della propria sicurezza e dei confini, in particolare quelli orientali, paradossalmente esposti ad una infiltrazione, se non a una vera e propria invasione, di forze sovietiche o di quello che veniva chiamato “blocco comunista”. Accordi in tal senso sono quindi avvenuti fra i nostri servizi segreti e quelli americani, che hanno garantito la assoluta segretezza dell’operazione, nascosta anche e soprattutto alla maggior parte dei membri del governo, e soprattutto in grado di passare incolume attraverso i numerosi mutamenti sociali, politici, economici, accaduti in Italia.
“Gladio” era una organizzazione segreta e armata, composta non solo da militari ma anche da molti civili, fra cui liberi professionisti, avvocati, giornalisti diversi dei quali iscritti alla Massoneria, i cui vertici si riunivano periodicamente in quella base segreta in Sardegna che nel 1990 è scoperta dopo una indagine condotta dal magistrato Felice Casson, che aveva preso spunto da alcune rivelazioni su depistaggi operati da Carabinieri circa la strage di Peteano, provincia di Gorizia.

A Peteano, una telefonata anonima denuncia la presenza di un’auto sospetta con due fori di proiettile sul parabrezza. Una pattuglia arriva sul luogo e, durante l’ispezione, i Carabinieri esaminano la Fiat 500, solo che nell’aprire il cofano della vettura, non si avvedono del collegamento a strappo con un potente ordigno esplosivo che uccide all’istante il brigadiere Antonio Ferraro, i militi Franco Dongiovanni e Donato Poveruomo e ferisce gravemente il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.
L’inchiesta di cui è titolare il giudice Casson rivela una intricata vicenda di informatori, depistaggi, trame segrete e servizi d’informazione deviati, frammisti a elementi neofascisti convinti di lottare contro l’idea del nuovo comunismo. Dopo non molto tempo, un certo Vincenzo Vinciguerra, noto pregiudicato appartenente alle frange del terrorismo neofascista, si accusa dell’attentato, è processato e condannato all’ergastolo con una sentenza passata in giudicato. In carcere, Vinciguerra decide poi di collaborare con la giustizia ricostruendo la tela dell’organizzazione del terrorismo di destra di questo difficile periodo storico.
Pezzo dopo pezzo, il puzzle comincia a formarsi, finchè si giunge alla scoperta di alcuni depositi di armi, munizioni, esplosivi gestiti da agenti del SISMI (Servizio Segreto Informazioni Militari) e alle rivelazioni dell’allora presidente del Consiglio on.Giulio Andreotti, le cui dichiarazioni, come si può ben immaginare, causano un vero e proprio terremoto nei palazzi del potere.

Il quadro completo non si ha nemmeno oggi, ma è ormai provato che “Gladio” era un’organizzazione nata con il nome “Stay Behind” (stare dietro) nel 1956, sviluppata da una prima formazione esistente nel ’51, voluta tramite accordi fra vari servizi segreti e al di fuori di ogni canone democratico vigente. Nel 1959 si inserisce anche negli ingranaggi della NATO, inizialmente con scopi prettamente difensivi, poi adeguandosi al progetto definito operazione Demagnetize (smagnetizzazione), che prevedeva azioni politiche, psicologiche e militari per ridurre al minimo l’influenza del partito comunista in Italia e Francia, secondo una ben precisa strategia della tensione.
Di tale strategia fa parte, ad esempio, il piano Solo, che avrebbe dovuto essere portato avanti dal SIFAR del generale Giovanni De Lorenzo: dalla ideazione nel 1964, il piano è venuto alla luce nel 1967 da una serie di articoli apparsi sul settimanale L’Espresso e dalle dichiarazioni del giornalista (nonché senatore di Forza Italia) Lino Jannuzzi, il quale denuncia l’ostruzionismo alle riforme sociali e politiche del primo governo di centro-sinistra. Secondo l’operazione Solo, dovevano essere i Carabinieri del generale De Lorenzo (capo del SIFAR dal 1955 al ’62) a mettere in atto quel blocco delle riforme istituzionali promosse dalla sinistra al governo, senza indugiare nell’arrestare e fare espatriare numerose personalità di spicco della parte politica avversa, professionisti, parlamentari e sindacalisti, e pronti anche alla occupazione di prefetture, sedi di partito, delle redazioni dei più importanti giornali e, naturalmente, della radiotelevisione di stato. Una volta compiuto questo primo atto, la presa del potere da parte di militari sarebbe stato il paso successivo e automatico. Un colpo di stato, in tutto e per tutto.
Le prime mosse prendono l’avvio nel giugno 1964 con la crisi del governo di centro-sinistra formato da DC, PSI, PSDI, e PRI, presieduto dall’on.Aldo Moro. L’allora presidente della Repubblica, Antonio Segni, non vede altra alternativa che dichiarare aperta la crisi governativa il 3 luglio seguente, davanti alla certezza che, se si fossero indette libere elezioni, queste sarebbero andate a discapito della Democrazia Cristiana di Moro, che aveva spinto per operare un’apertura verso le sinistre. Moro riceve da Segni un nuovo mandato, soprattutto per tenere a freno i socialisti di Pietro Nenni, e riceve anche lo stesso generale De Lorenzo con il quale ha colloqui privati. Due settimane dopo nasce i nuovo governo di centro sinistra, ma le cose non sarebbero più state le stesse, con il sempre meno velato pilotaggio di strutture antidemocratiche di stampo decisamente clandestino e occulto.
Ritornando quindi al senatore e giornalista Lino Jannuzzi, egli stesso ha rivelato di essere stato reclutato dal servizio segreto dell’ex Unione Sovietica, da cui avrebbe avuto il dossier riguardante il piano Solo con la lista completa dei nominativi che i Carabinieri del generale De Lorenzo avrebbero dovuto arrestare. I nomi di giornalisti sono numerosi, e un altro di questi, Giuliano Ferrara, recentemente ha rivelato di avere agito al soldo della CIA. Se, d’altra parte, l’informazione è alla base della conservazione del potere, chi meglio di coloro che fanno l’informazione?
Stesso discorso per gli scienziati, i ricercatori, tecnici, matematici che hanno offerto i loro servigi agli organismi segreti d’informazione. Così è successo per Giorgio Zicari del Corriere della Sera e Guido Giannettini, agente del SID coinvolto non si sa bene fino a che punto nella strage di Piazza Fontana. A questo proposito, è doveroso citare l’articolo 6 della Legge 801 del 24 ottobre 1977: “In nessun caso e per nessun motivo una qualunque organizzazione che agisce nel campo della segretezza, o servizi segreti veri e propri, possono avere alle loro dipendenze, anche saltuariamente, membri del Parlamento, delle strutture politiche regionali, provinciali, comunali, della Magistratura, ministri di culto, o giornalisti professionisti”. L’assenza di qualifica professionale nel caso di chi svolge attività giornalistica si presta a scavalcare tale disposizione.
Anche la CIA, almeno ufficialmente, fin dal 1996, per dichiarazione dell’allora direttore John Deutch, in una lettera ai presidenti della CNN e della Associated Press (rispettivamente Thomas Johnson e Louis Bocardi) ha affermato che non si sarebbe più fatto uso di giornalisti per scopi segreti, ma sottolineava le particolari necessità di emergenza, che potevano essere una scusante o una eccezione per infrangere tale regola.

Insomma, le prove che giornalisti e scrittori siano stati agenti segreti ci sono; per l’Intelligence Service britannico agirono lo scrittore storico Hugh Trevor-Roper e il romanziere Graham Greene, e anche David Cornwel, conosciuto dal grande pubblico con lo pseudonimo di John Le Carrè, autore di numerosi romanzi di spionaggio, materia che, a quanto pare, conosce profondamente.

 

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