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IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA

IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA Negli anni in cui Mussolini procede verso l’affermazione, alcuni intellettuali, pur dichiarandosi allineati, avversano il regime esaltando l’ideologia della rivoluzione socialista e pre-fascista, altri si schierano manifestamente all’opposizione pubblicando nei propri romanzi la drammaticità della situazione storica, sociale e politica. Di Roberto Roggero Era il 1933 quando il “Manifesto Realista” appare sulle pagine de “L’Universale”, per sostenere i principi originari della rivoluzione mussoliniana, con feroci critiche contro la classe capitalista borghese e contro la cultura propugnata dal Concordato fra Stato e Chiesa.Il periodo in questione è più che mai ricco di manifestazioni intellettuali, da quelle allineate al regime a quelle diametralmente opposte.All’interno dell’ambiente culturale comincia un’aspra battaglia per la supremazia dell’opinione fascista, che tenta in tutti i modi di escludere ogni forma di dissenso a cominciare dalla carta stampata. Ma anche all’interno dello stesso ambiente fascista esistono contrasti e divergenze di opinione. E’ il caso, ad esempio, de “Il Bargello” settimanale edito dalla Federazione Fascista di Firenze, dove i giornalisti e gli intellettuali che prestavano la propria firma, manifestano evidenti intenzioni di autonomia, in nome della cultura popolare e della rinascita dei principi sociali e socialisti del primo movimento fascista. Molti rimproverano a Mussolini il mutamento che ha voluto imprimere al movimento, inimicandosi non poche prestigiose personalità del mondo culturale italiano e non solo. “Il Bargello” e “L’Universale” sono casi emblematici: pur essendo pubblicazioni marcatamente fasciste sono fra i primi a denunciare la direzione definita di “imborghesimento” verso la quale stava andando il partito fascista e, di conseguenza, l’intero paese. Direzione incarnata dai principi espressi dal filosofo del regime, Giovanni Gentile, che appare troppo legato a vecchi e anacronistici ideali liberali. Intellettuali e giornalisti, dalle pagine di giornali come “Il Bargello”, “L’Universale” e altri, vogliono richiamare il duce a quelli che erano stati i motivi ispiratori del socialismo rivoluzionario pre-fascista, che si sarebbero persi nel turbine degli eventi, per ritornare poi durante gli ultimi mesi della Repubblica Sociale. Un esempio per tutti, il decreto sulla “socializzazione dell’industria” che Mussolini affida al ministro Angelo Tarchi (il “programma Tarchi” appunto) che non sortisce l’effetto sperato. Tutto questo ha un origine, o meglio, una base sociale, che va cercata nelle condizioni del paese nell’immediato primo dopoguerra e nelle aspirazioni di tutti coloro che, dopo aver combattuto fra gli orrori e la carneficina della trincea, si sono trovati in un’Italia preda di miseria, disoccupazione, inflazione, di fronte ad una ristretta oligarchia che invece dalla guerra aveva tratto enormi profitti e accumulato cospicui patrimoni. Una situazione simile a quella tedesca, dove però le conseguenze si manifestano in altro modo.I circoli intellettuali che si raccolgono intorno a “Il Bargello”, “L’Universale”, “Il Selvaggio”, diventano quindi etichettati come “la sinistra fascista” che fanno della polemica anticapitalista e delle aspirazioni indipendentiste dei quadri popolari rispetto alla èlite del movimento, il proprio motivo conduttore, prendendo le distanze da altre testate come “Solaria” che tende invece a mantenere separati il mondo della cultura dall’agone della politica. A monte di tutto questo, tuttavia, i legami fra “Solaria” e “Il Bargello” esistono su diversi terreni, primo fra tutti l’interesse per la cultura e la divulgazione del romanzo.Fra il 1933 e il ’34, il celebre Elio Vittorini, collaboratore de “Il Bargello”, proprio su “Solaria” pubblica “Il garofano rosso”, suo primo romanzo, poi censurato dai guardiani della propaganda di regime, non tanto perché racconta di un giovane rampollo della classe borghese che, disprezzando le proprie origini sociali, vuole avvicinarsi al mondo dei lavoratori e ne viene respinto proprio in quanto esponente della borghesia, ma perché la vicenda è inserita storicamente nel periodo del disgregarsi dello stato liberale, che il protagonista esprime in modo decisamente antiborghese e tutt’altro che “eroico” come prescrivevano i canoni del regime. Dalla sinistra fascista, poi, Vittorini si distacca quando Mussolini sostiene apertamente le aspirazioni rivoluzionarie del generale Franco in Spagna, manifestando in “Conversazioni in Sicilia” (1938) il disprezzo nei confronti di ogni discriminazione sociale e dell’oppressone del potere politico. E’ questo romanzo espressione piena del Realismo letterario degli anni Trenta, e modello per molte trame di futuri romanzi, fra cui l’ironico “Don Giovanni in Sicilia” (1941) di Vitaliano Brancati, altro personaggio proveniente dagli ambienti della destra del primo dopoguerra, i cui ideali erano incarnati da forti personalità come quella di Gabriele D’Annunzio, e in seguito divenuto antifascista.Tema che esprime il Realismo degli anni Trenta è anche il romanzo “Tre Operai”, che Carlo Ternari riesce a pubblicare nel 1934 fra le molte difficoltà poste dalla censura, per la quale già il titolo stesso del testo significava favorire manifestamente il proletariato del Sud Italia che avversava l’èlite del regime, e un impegno politico e sociale contrario all’ideologia fascista, nello scenario storico dell’occupazione delle fabbriche durante gli anni Venti. Allo stesso modo, il Realismo letterario si manifesta con Ignazio Silone e “Fontamara” considerato un vero e proprio manifesto stilistico e fotografico di quel meridione immerso nella propria drammaticità, caratterizzata da una rigida differenza di classe. La vicenda di “Fontamara” è emblematica: scritto durante l’esilio, nel 1930, per mostrare al mondo la condizione in cui il regime si ostinava a tenere le classi meno abbienti, non può essere pubblicato dall’editore tedesco Fisher che ne era interessato a causa dell’avvento di Hitler. E’ pubblicato a Zurigo nel 1933 e l’anno seguente, a spese dello stesso Silone (per le manifeste simpatie comuniste esiliato e contrastato dal regime molto più di Vittorini, Brancati, Pavese, Moravia, in realtà tollerati), che lo fa stampare in una tipografia di esuli italiani a Parigi, entra clandestinamente in Italia e solo dopo la guerra, nel 1949, Mondadori ne acquista i diritti parziali. Si deve però attendere il 1958 per la prima edizione definitiva.Non è certo un segreto che, come maestro di narrativa e stile, i vari intellettuali del Realismo degli anni Trenta abbiano unanimemente considerato Verga e “I Malavoglia”, specie in riferimento alla scelta di ambientare le proprie trame nella povertà del Mezzogiorno d’Italia. Soprattutto Silone, che ha ricoperto cariche di primo livello nella dirigenza comunista dell’epoca, prima di distaccarsi dalla sinistra in seguito alle purghe

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GIORNALISMO E SERVIZI SEGRETI

GIORNALISMO E SERVIZI SEGRETI Le organizzazioni preposte alla ricerca dell’informazione, elemento base del controllo e della gestione del potere in qualunque paese, non hanno mai esitato sulla scelta dei mezzi per ottenere lo scopo. Di Roberto Roggero Molti secoli fa il celebre Niccolò Macchiavelli l’aveva scritto: “il fine giustifica i mezzi”, parlando della politica spregiudicata dei signori e principi del tempo. Cambiano abiti, abitudini, mode, scienze (la cui specifica applicazione nel campo dei servizi segreti oggi ha raggiunto una tecnologia sorprendente), ma il metodo di base rimane pressoché invariato. In Italia, il servizio segreto del Regno nasce ufficialmente nel 1866, cinque anni dopo l’unificazione, e da subito assume quelle caratteristiche che lo avrebbero distinto: origini oscure e difficilmente rintracciabili, esercizio assolutamente riservato e per questo con una componente di sventatezza e azzardo sorprendenti, numero dei componenti segreto, gli stessi agenti immersi nel più misterioso anonimato, gerarchia e struttura di comunicazione interna sconosciute, sospette implicazioni con alcune logge massoniche.Certo, in tutti i servizi di informazione del mondo la trasparenza è vocabolo sconosciuto, ma in Italia questo è particolarmente sentito e inoltre garantisce impunibilità e non perseguibilità di alcun reato, se compiuto nell’esercizio del dovere. I servizi segreti hanno lo scopo di proteggere la sicurezza interna ed esterna del paese, ma nella maggior parte dei casi diventano lo strumento per il mantenimento del potere da parte della parte politica al governo, qualunque sia il nome o la sigla che li indichi.La storia ci ha poi ampiamente dimostrato come, oltre alle rivalità fra i servizi segreti di vari paesi, esistono discordie, competizioni e deviazioni anche all’interno dei servizi di un qualunque paese. Le trame oscure e le iniziative deviate di un servizio informazioni, nascono nel momento stesso della sua creazione.L’Italia repubblicana ha visto la nascita del servizio informazioni segreto, ufficialmente, il 1° settembre 1949, prendendo spunto da quello che era stato il SIM (Servizio Informazioni Militari) dell’esercito durante l’ultima guerra mondiale. Il nuovo nome è SIFAR o Servizio Informazioni Forze Armate che, da subito, appare caratterizzato da alcune anomalie: la sua fondazione non si deve ad alcun decreto parlamentare, nessun dibattito di governo, nessun particolare procedimento, appare come da nulla, in seguito a una circolare emanata dall’onorevole Randolfo Pacciardi del Partito Repubblicano, che all’epoca è ministro della Difesa. Circa tre anni dopo la dichiarazione ufficiale della fondazione della Repubblica Italiana, e non a caso: tale periodo era stato necessario per allontanare, elegantemente ma con la dovuta decisione, ogni pericolosa influenza della sinistra nell’esercizio di governo, e quindi aderire senza intoppi al Patto atlantico e alla NATO. Alla direzione del SIFAR è posto il generale Carlo Del Re, non dichiaratamente ma di fatto in stretti rapporti con il plenipotenziario della CIA americana in Italia, Carmel Offie. Nel 1951 il generale Del Re viene sostituito dal parigrado Umberto Broccoli, l’uomo al quale pare risalga la intricata e tormentata vicenda del caso “Gladio”, sostituito dopo circa un anno dal generale Ettore Musco, fondatore, nel ’47, della Armata Italiana per la Libertà, una ristretta cerchia di ufficiali superiori delle Forze Armate, finanziata da Washington. Ettore Musco, proprio con i finanziamenti della CIA, avrebbe infatti acquistato la tenuta di Capo Marrargiu, in Sardegna, che sarebbe diventata il centro nevralgico della vicenda “Gladio”. Il caso “Gladio” è forse il più clamoroso scandalo dei servizi segreti che sia venuto alla luce, insieme al caso Moro. Il periodo della Guerra Fredda ha costretto l’Italia come molti altri paesi a dotarsi di strutture adatte alla difesa della propria sicurezza e dei confini, in particolare quelli orientali, paradossalmente esposti ad una infiltrazione, se non a una vera e propria invasione, di forze sovietiche o di quello che veniva chiamato “blocco comunista”. Accordi in tal senso sono quindi avvenuti fra i nostri servizi segreti e quelli americani, che hanno garantito la assoluta segretezza dell’operazione, nascosta anche e soprattutto alla maggior parte dei membri del governo, e soprattutto in grado di passare incolume attraverso i numerosi mutamenti sociali, politici, economici, accaduti in Italia.“Gladio” era una organizzazione segreta e armata, composta non solo da militari ma anche da molti civili, fra cui liberi professionisti, avvocati, giornalisti diversi dei quali iscritti alla Massoneria, i cui vertici si riunivano periodicamente in quella base segreta in Sardegna che nel 1990 è scoperta dopo una indagine condotta dal magistrato Felice Casson, che aveva preso spunto da alcune rivelazioni su depistaggi operati da Carabinieri circa la strage di Peteano, provincia di Gorizia. A Peteano, una telefonata anonima denuncia la presenza di un’auto sospetta con due fori di proiettile sul parabrezza. Una pattuglia arriva sul luogo e, durante l’ispezione, i Carabinieri esaminano la Fiat 500, solo che nell’aprire il cofano della vettura, non si avvedono del collegamento a strappo con un potente ordigno esplosivo che uccide all’istante il brigadiere Antonio Ferraro, i militi Franco Dongiovanni e Donato Poveruomo e ferisce gravemente il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.L’inchiesta di cui è titolare il giudice Casson rivela una intricata vicenda di informatori, depistaggi, trame segrete e servizi d’informazione deviati, frammisti a elementi neofascisti convinti di lottare contro l’idea del nuovo comunismo. Dopo non molto tempo, un certo Vincenzo Vinciguerra, noto pregiudicato appartenente alle frange del terrorismo neofascista, si accusa dell’attentato, è processato e condannato all’ergastolo con una sentenza passata in giudicato. In carcere, Vinciguerra decide poi di collaborare con la giustizia ricostruendo la tela dell’organizzazione del terrorismo di destra di questo difficile periodo storico.Pezzo dopo pezzo, il puzzle comincia a formarsi, finchè si giunge alla scoperta di alcuni depositi di armi, munizioni, esplosivi gestiti da agenti del SISMI (Servizio Segreto Informazioni Militari) e alle rivelazioni dell’allora presidente del Consiglio on.Giulio Andreotti, le cui dichiarazioni, come si può ben immaginare, causano un vero e proprio terremoto nei palazzi del potere. Il quadro completo non si ha nemmeno oggi, ma è ormai provato che “Gladio” era un’organizzazione nata con il nome “Stay Behind” (stare dietro) nel 1956, sviluppata da una prima formazione esistente nel ’51, voluta tramite accordi fra vari servizi segreti e al di fuori di ogni canone democratico vigente. Nel

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LA DIVISIONE “SS ITALIEN”

LA DIVISIONE “SS ITALIEN” Dopo l’8 settembre, viene formato un reparto scelto voluto da Mussolini, che pronuncia il giuramento di fedeltà non al duce, ma al Fuhrer e al capo delle SS Himmler. Di Roberto Roggero “Davanti a Dio pronuncio questo sacro giuramento: nella lotta per la mia Patria italiana contro i suoi nemici, sarò assolutamente fedele e obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e delle SS e, come soldato valoroso, sarò pronto in ogni momento, a dare la mia vita per questo giuramento”. Con queste parole il soldato delle SS italiane si poneva anima e corpo al servizio del Fuhrer e del capo delle SS Himmler, escludendo di fatto ogni autorità di Mussolini, che pur aveva perorato la necessità di formare un reparto scelto e votato al sacrificio, secondo gli stessi principi del corpo in nero tedesco, fin dal primo giorni in cui era giunto in Germania, dopo essere stato liberato dalla prigione del Gran Sasso il 12 settembre 1943 grazie all’operazione Eiche portata a termine dai commandos paracadutisti agli ordini del celebre Otto Skorzeny, anche se dal 9 settembre una formazione di Camicie Nere è inquadrata nelle SS tedesche della guarnigione di presidio a Praga.All’incontro con Hitler avvenuto a Rastenburg, presso il quartier generale della Prussia orientale, la “tana del lupo”, Mussolini ottiene da Hitler il benestare per attuare il progetto e il Reichsfuhrer-SS Himmler viene incaricato di portarlo a compimento.Ufficialmente, la costituzione delle SS italiane avviene con il Decreto 446 del 30 giugno 1944, e riguarda circa 20mila uomini, che formano un corpo indipendente dalle forze armate della Repubblica Sociale.Il primo comandante della nuova formazione è il Brigaderfuhrer-SS Peter Hansen, che faceva capo al generale Karl Wolff, responsabile delle SS e della polizia tedesca in Italia con il titolo di HSSPF, ovvero Hohere-SS und Polizei Fuhrer, titolo che dava l’opportunità a chi lo portava, di comunicare direttamente con Himmler senza intermediari. Le SS italiane vengono quindi inquadrate al comando di ufficiali tedeschi, con ordini comunicati in tedesco e con gradi tedeschi, inizialmente con mostrine rosse e in seguito, solo per alcuni reparti, nere. Sui berretti e gli elmetti portavano il teschio in argento e le due lettere runiche stilizzate. Come distinzione particolare portavano l’aquila romana su fascio littorio e, verso la fine del 1944, il simbolo delle tre frecce incrociate racchiuse in un cerchio, applicato alla mostrina destra. Teschio con tibie incrociate e SS runiche anche sulla fibbia del cinturone.Gran parte dei soldati si arruolano volontariamente, ma non pochi sono stati gli arruolamenti forzati, specialmente fra i prigionieri dei campi in Germania ai quali veniva imposto “o con noi o al muro”. E al muro finirono in molti, come tragica conseguenza di tentativi di diserzione e quindi tradimento al sacro principio “il mio onore si chiama fedeltà”. Le diserzioni avvenivamo dai centri di reclutamento e addestramento in Germania (nei quali le SS italiane venivano preparate alla guerra antipartigiana) dove la disciplina era decisamente ferrea, fatto approvato e sottoscritto da Mussolini e dal ministro della Giustizia Pisenti, con un decreto ufficiale che sanciva la pena di morte per renitenti e disertori.Già dal 9 settembre ’43, il giorno dopo la diffusione della notizia dell’armistizio, tre battaglioni di Camicie Nere, al comando del console Paolo De Maria, entrano volontariamente nei quadri delle SS nella città di Praga proprio in seguito alla notizia della firma di Cassibile, per proseguire la guerra al fianco dell’alleato tedesco. Non sono, d’altra parte, i primi volontari non tedeschi a combattere sotto la bandiera del Reich: esistevano infatti molte formazioni straniere già inserite nelle Waffen-SS, e gli italiani vengono accolti con la denominazione di “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”. Diverse sono le denominazioni per i reparti di SS italiane: dopo la “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”, si passa alla “1a Brigata d’Assalto Legione SS-Italien” poi, il 27 aprile 1944, il corpo assume ufficialmente il nome di “1a Brigata Italiana SS-Grenadieren”, fino al definitivo appellativo di 29a Divisione Waffen-SS Karstjager Italien assunto il 9 marzo 1945. Dal primo nucleo di volontari, il reparto si sviluppa poi in due gruppi principali: quello di base al campo di addestramento di Muzingen e il Battaglione “Debica” di stanza in Polonia e inquadrato come reparto divisionale di fucilieri assaltatori ed esploratori. Gli ufficiali sono invece destinati alle scuole di Toz, e Klagenfort dove i corsi di addestramento sono particolarmente duri e dove non veniva riconosciuto alcun privilegio o grado precedentemente ottenuto. Terminato l’addestramento, le SS italiane arrivano in patria, nel territorio controllato dalla RSI. Sono complessivamente 13.370 inquadrati in tre reggimenti formati da 14 battaglioni a loro volta suddivisi in compagnie autonome. I tre reggimenti sono due di fanteria e uno di artiglieria formato da due gruppi da combattimento. Il comandante della formazione, che raggiunge l’effettivo di una divisione, è il generale delle SS Peter Hansen, sostituito poi nell’ottobre 1943 dallo Standartenfuhrer-SS Lombard fino al dicembre successivo, quindi ancora da Hansen e infine dallo Standartenfuhrer-SS von Hendeman. Il posto di comando è situato all’hotel Campana di Pinerolo. Il primo reggimento fanteria è posto al comando del colonnello Degli Oddi, il secondo è affidato al colonnello Celebrano, mentre quello di artiglieria al maggiore Carlo Pace.Le SS italiane sono impegnate in battaglia particolarmente durante il periodo marzo-aprile 1944 sul fronte di Anzio e Nettuno, dove combattono con accanimento il secondo battaglione del reggimento (colonnello Degli Oddi) e il battaglione “Debica” e dove, su un totale di 650 uomini, circa la metà rimane uccisa. Il comportamento in questa occasione è riconosciuto dalla medaglia d’argento al Valor Militare. Parte della divisione SS-Italien è poi impiegata in Austria con i resti della divisione Waffen-SS Prinz Eugen contro l’8a armata britannica. Per il resto il reparto è impiegato prevalentemente in operazioni di polizia e di contrasto ai partigiani nel nord Italia, ad esempio il battaglione Cacciatori del Carso, dove la guerra si combatteva in modo altrettanto drammatico e senza esclusione di colpi. Molte le testimonianze sulla spietatezza delle SS italiane, che usavano non fare prigionieri, e della risposta altrettanto feroce dei partigiani, nei drammatici giorni verso

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FRANCOBOLLI DI SPIONAGGIO

FRANCOBOLLI DI SPIONAGGIO La guerra segreta si combatte anche sul fronte dei valori postali. Di Roberto Roggero Fra i molti aspetti dello spionaggio e della guerra nell’ombra, oltre alle operazioni di commandos e squadre di sabotatori o agenti infiltrati, i paesi belligeranti si combattono anche con la stampa di valori postali appositamente falsificati per alimentare i contrasti e le rivalità interne.I cosiddetti “francobolli di spionaggio” sono infatti stampati da un paese e riproducono valori regolarmente emessi e circolanti in un altro. Il loro impiego è relativo a operazioni segrete, propagandistiche, oppure per comunicare un determinato messaggio, o ancora per identificare la fonte delle lettere. In pratica, la filatelia usata come mezzo di guerra psicologica.In particolare, gli alleati fanno largo uso di francobolli contraffatti: i servizi segreti americani, cioè l’OSS, stampano clandestinamente a Roma un francobollo che riproduce il teschio di Hitler. L’Inghilterra stampa un falso con l’effige del capo delle SS Himmler indicandolo come presidente della nazione germanica con l’obiettivo di scatenare una rivalità intestina con Hitler. Anche la Germania, a sua volta, stampa francobolli, nel 1944, destinati alla Gran Bretagna, con l’effige di Stalin al posto del re Giorgio VI, accompagnata da slogan di chiaro significato.L’idea non è una novità del secondo conflitto mondiale. Già durante la guerra del 1914-’18, erano in circolazione i francobolli di spionaggio, che costituiscono un vero e proprio tesoro per il collezionisti. Senza contare il fatto che tale mercato alimenta a sua volta il mercato dei falsi, come il celebre “Karissimbi”, che gli storici hanno accertato essere un’abile imitazione della serie tedesca dell’epoca, ma con dimensioni maggiori e soprattutto con una sovrastampa mai esistita.Tornando alla seconda guerra mondiale, i francobolli contraffatti sono molto usati dalla Resistenza francese per assicurare l’identità della corrispondenza segreta. Com’è noto, lo spionaggio in Francia durante l’occupazione tedesca era molto attivo da entrambe le parti in gioco, con l’aggiunta della peculiarità dell’esistenza della Zona Libera di Vichy fino al 1942. Dato il grande rischio rappresentato dal collaborazionismo, per chi militava nella Resistenza era sempre molto difficile sapere se chi si definiva “amico” era sincero oppure in realtà praticava il doppio gioco, spalleggiato dalla capillare e potente organizzazione del controspionaggio nazista, l’SD o la Gestapo, oppure dalla tristemente celebre Gestapo francese, i cui agenti erano più pericolosi dei tedeschi e, naturalmente, ben più odiati dai patrioti.Il pericolo per le formazioni della Resistenza, era inoltre rappresentato dalla presenza degli agenti segreti alleati, in particolare i britannici dell’SOE, di solito più ingenui di fronte ad un messaggio che magari segnalava di trovarsi in un punto prestabilito per far saltare un ponte, dove ad attendere lo sfortunato vi era poi un plotone di SS. Non pochi sono stati catturati in questo modo.Quando il numero degli agenti arrestati diventa insostenibile, a Londra si decide di adottare misure drastiche e fra le molte proposte, quella di adottare particolari francobolli postali per le comunicazioni, a modello di quelli che già l’Inghilterra aveva stampato nella prima guerra mondiale per fare circolare in Germania materiale di propaganda anti-tedesca utilizzando appositamente francobolli contraffatti in quanto qualsiasi grosso acquisto da un ufficio postale tedesco avrebbe fatto sorgere dei sospetti.Se aveva funzionato una volta, poteva funzionare anche la seconda, con i valori postali francesi stampati dall’Atélier de Faux “Défense de la France” su disposizione del generale Koening, capo del FFI (Forces Francaises de l’Intérieur,la Resistenza organizzata), e in tal modo le comunicazioni fra i “Maquis” e gli agenti alleati sarebbero state sicure. Il servizio postale francese avrebbe recapitato le lettere in mezzo a numerose altre, e proprio sotto il naso dei tedeschi.Ogni esemplare avrebbe avuto differenze quasi impercettibili rispetto all’originale, mentre se il valore postale era autentico, poteva essere un chiaro segno indicante una trappola tesa dai tedeschi. Poche persone, in Inghilterra, erano informate sui particolari di questa operazione: i pacchi di francobolli erano paracadutati con armi e rifornimenti, che i partigiani francesi dovevano raccogliere in zone prestabilite.E’ uno dei segreti meglio custoditi dell’intero conflitto, che i servizi di controspionaggio nazisti non riescono a penetrare, nonostante il massimo sforzo nel tentativo di spiegare perché le trappole messe a punto con tanta perizia non producevano, da un certo momento in avanti, i risultati che avevano sempre portato. Inoltre, non riescono a venire a capo del mistero sulle comunicazioni interne fra le numerose formazioni partigiane. L’SD aveva certo cura nell’intercettare la posta delle persone sospettate di appartenere alla Resistenza, ma molte di queste riescono a sfuggire alla Gestapo proprio grazie alle comunicazioni organizzate con i francobolli contraffatti stampati in Inghilterra stampati per conto del servizio segreto dalla tipografia “Waterlow & Son”.Oggi gli esemplari usati di tali francobolli sono estremamente rari e ricercati dai collezionisti, poiché i partigiani naturalmente avevano buona cura di distruggere, bruciandole, le buste e le lettere. Sorprende comunque, come le acute menti dello spionaggio nazista non siano giunte alla scoperta del mistero, ma i paradossi storici non sono pochi. Quello dei francobolli è uno dei tanti. Fra i più sorprendenti il mistero del dove e quando gli alleati sarebbero sbarcati in Francia: se il Passo di Calais era il punto dove i tedeschi davano per certo lo sbarco, era ovvio che gli alleato scegliessero un altro obiettivo.Alcuni esempi di francobolli contraffatti sono i 50 centesimi dove l’occhio del maresciallo Pètain nell’originale è stampato senza palpebra, mentre in quello falsificato è stampato con una sottile linea bianca.Allo stesso modo, il francobollo rosso-rosa da 1 franco che nella versione originale riporta il nome dell’artista Le Magny con i caratteri di uguale dimensione mentre nella “versione spionaggio” ha le lettere “M” e “y” leggermente più piccole.Al termine della guerra rimangono notevoli scorte che dovevano essere distrutte ma non lo furono, e sono oggi materiale pregiato per i collezionisti.Non solo in Francia, ma anche nell’Olanda occupata circolano i francobolli contraffatti in Inghilterra, specialmente della serie originale stampata nel 1935 del valore di 1,50 centesimi “modello Gabbiano”, rimessi in circolazione dopo l’occupazione tedesca del 1940. Il falso britannico ha la dentellatura appena diversa e manca la filigrana. Alcuni storici sono dell’opinione che la produzione del

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LA Xa MAS e ISRAELE

LA Xa MAS e ISRAELE Di Dave Poz Il 14 maggio 1948 l’Inghilterra annuncio’ al mondo che il mandato assegnatole dalla Società della Nazioni sulla Palestina era da considerarsi concluso.Come sappiamo, ciò porto disgraziatamente alla costituzione dello stato di Israele, che fu annunciata il giorno stesso da David Ben Gurion . Fu il giorno dopo che si può datare l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, in cui tutti i paesi arabi confinanti si schierarono contro il neonato stato ebraico. I due schieramenti erano accomunati dalla carenza di moderni armamenti , mentre, a seconda guerra mondiale appena finita, in Europa il mercato rigurgitava di armi. Non fu quindi difficile per le parti iniziare ad approvvigionarsi di armi sia per impiego terrestre, che aeronautico, ma anche navale.L’Italia, sottoposta dal trattato di Parigi del 1947, quale nazione sconfitta, a clausole militari molto restrittive, stava smantellando e dismettendo molte infrastrutture militari e i relativi armamenti. Apparve quindi ai contendenti come un’occasione ideale e a portata di mano per approvvigionarsi.Agli israeliani parve soprattutto un fornitore adatto per procurarsi mezzi e know how per la loro nascente Marina, in realtà non ancora costituita. Gli uomini d’affari israeliani si dettero da fare ad ampio raggio per gli acquisti in questo settore, e un certo capitano Zeev Hajam individuo’ la Cantieri Baglietto di Varazze come fornitore di mezzi veloci di superficie. La CABI, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva prodotto gli MTM, motoscafi da turismo modificati, i barchini esplosivi della X MAS, imbarcazioni di legno lunghe poco più di 6 m e larghe m 1,70, in grado di raggiungere le 31 miglia di velocità con un solo uomo di equipaggio .L ‘attacco di questi mezzi alle navi nemiche si sarebbe svolto come segue: dopo aver bloccato i comandi, il pilota avrebbe lanciato il mezzo contro la nave, eiettandosi con un canottino. I 300 kg di esplosivo contenuti nella prua del motoscafo non sarebbero deflagrati subito in un impatto, ma dopo che una serie di piccole cariche poste attorno allo scafo avessero fatto staccare la sezione prodiera, che si sarebbe immersa , per dirigere sott’acqua a una profondità prestabilita, contro la carena dell’obiettivo, esplodendo grazie a un dispositivo pressostatico. All’acquirente israeliano parvero subito i mezzi più adatti alla loro nascente arma navale e gliene furono consegnati sei.A quel punto però si trattava di trovare chi poteva istruire all’uso ! Ed ecco presentarsi la figura di Fiorenzo Capriotti. Appartenuto alla Xa MAS, aveva pilotato un barchino simile nella sfortunata impresa del luglio 1941 a Malta. Fatto prigioniero dagli inglesi, era stato rimpatriato nel 1948, giusto in tempo per essere avvicinato da un certo comandate Calosi, da lui conosciuto negli anni bellici. Calosi era in quel momento comandante del Servizio Informazioni Segreto della Marina, e propose a Capriotti “ un certo lavoretto”. Siamo agli inizi della poi mai cessata cooperazione Italo-Israeliana, per cui la proposta venne svelata appieno dopo un certo periodo di incubazione, anche perché Capriotti non aveva fatto mistero delle sue trascorse idee di fedelta’ al regime fascista e ci si voleva accertare delle sue intenzioni. Ma, si sa, i sionisti compensavano assai profumatamente chi collaborava…e il doppio dello stipendio che percepiva in Marina fini’ per convincere Capriotti. La collaborazione con Israele per addestrarne il personale doveva durare 5 anni, durante i quali, come ebbe poi a dichiarare “…organizzai una Xa migliore di quella italiana! ” A Capriotti furono fornite false generalità ed entro’ in Israele col nome piuttosto misterioso di Mr Katz, ebreo rumeno.B.10 fu la designazione del primo gruppo di assalto istraeliano che addestro’, ma non fu un lavoro da poco, visto che si dovettero allestire prima i mezzi avvicinatori e che per segretezza l’istruzione ebbe luogo non in mare ma sul lago di Tiberiade. Infine, per non fare dei piloti dei barchini che si sarebbero eiettati dei sicuri kamikaze, visto che quasi certamente sarebbero caduti in mani arabe, si pensò, in azioni notturne, di dotarli di un elmetto con faro infrarosso, in modo che un motoscafo disarmato, dotato di binocoli infrarossi, sarebbe passato a recuperarli dopo l’azione. Il 22 ottobre 1948, davanti a Gaza, ebbe luogo la prima azione di guerra, che vide come vittima dei barchini israeliani l’ammiraglia egiziana Emir El Farouk e una corvetta di scorta. L’operazione si rivelo’ un successo pieno, a Capriotti tuttavia fu negata la partecipazione. L’eccellenza italiana nel campo dell’assalto subacqueo e con mezzi leggeri era rimasta leggendaria, e sottufficiali e ufficiali di quelle nostre specialità continuarono a ricevere profferte in modo più o meno discreto, con compensi cospicui da parte di Israele, ma anche di altre nazioni, per quanto se ne sa, anche ad anni ’80 inoltrati.

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IL NUMERO UNO DEL CONTROSPIONAGGIO AMERICANO

IL NUMERO UNO DEL CONTROSPIONAGGIO AMERICANO Attivo soprattutto in Italia, fu l’occhio e l’orecchio della CIA per tutto il secondo dopoguerra Di Roberto Roggero James Jesus Angleton inizia la carriera nel mondo dello spionaggio in seno all’OSS (Office of Strategic Services), la sezione informazioni militari americana comandata dal generale William Donovan durante la seconda guerra mondiale. Lavora a fianco del padre in Italia fino alla fine del conflitto e, quando il presidente Harry Truman decide di mettere fine all’OSS per trasformarlo nella odierna CIA (il cui primo direttore è il generale Walter Bedell Smith, stretto collaboratore di Eisenhower nel Comando Supremo Alleato in Europa) James Angleton rimane in Italia come agente segreto, per prevenire l’espansione comunista nel nostro paese. Durante gli anni di guerra aveva stretto relazioni con i gruppi politici della sinistra, in particolare con il leader dei comunisti italiani, Palmiro Togliatti e, nell’immediato dopoguerra, ha anche diversi rapporti con i capi di numerose comunità ebree, molti dei quali sarebbero diventati agenti di prima importanza del Mossad, il servizio segreto israeliano.Grazie a tali rapporti, Angleton entra nella CIA come responsabile dell’Ufficio Israeliano, e il Mossad trova in lui un valido alleato nelle indagini per la ricerca di criminali di guerra. La sua principale attività, tuttavia, rimane il controspionaggio, anche quando viene richiamato alla centrale di Langley, in Virginia, per dedicarsi alla ricerca degli agenti stranieri infiltrati e dei traditori, con lo studio approfondito di ogni minimo dettaglio relativo a persone o agenti sospetti.Sul fronte dello spionaggio internazionale, Angleton si assume il compito di contrastare con ogni mezzo possibile l’attività del KGB che, secondo lui, aveva pianificato una serie di operazioni per controllare il mondo. A tale scopo decide di indagare a proposito della spaccatura politica fra Stalin e Tito, credendo che si trattasse di una falsa crisi, così come quella fra Unione Sovietica e Cina. Per Angleton, queste erano null’altro che falsi complotti politici, progetti insidiosi per prendere alla sprovvista l’Occidente e fare in modo che abbassasse la guardia. Quello che convince Angleton sulla falsità di tali prove, e lo porta a pensare all’esistenza di un vero e proprio complotto con una o più talpe del KGB all’interno della CIA, è lo scandalo generato dalla defezione di un agente del servizio segreto sovietico, Anatoli Golytsin, il quale avrebbe confermato i sospetti di Angleton, cioè l’esistenza di un certo numero di infiltrati del KGB nel quartier generale della CIA, a Langley. Angleton è l’unico a prendere sul serio le rivelazioni di Golytsin, e inizia un’indagine che sarebbe durata circa 15 anni, dal 1961 al 1974, inseguendo ostinatamente queste fantomatiche talpe in un vano e, in certe occasioni, paradossale sforzo. Angleton, infatti, mette sotto indagine chiunque sia anche solo minimamente sospettato, inoltre, ha diversi incontri con l’agente britannico Kim Philby durante le frequenti visite di questi a Washington, specialmente al celebre ristorante “Harvey’s”, dove passano molte ore a discutere. Il colonnello britannico Philby, però, era egli stesso un abilissimo agente sovietico, e ciò poteva essere o un innegabile errore di valutazione di Angleton, oppure una ben calcolata tattica per fare uscire allo scoperto il traditore. Pare comunque, che Angleton avesse avuto fondati sospetti su Kim Philby fin dai primi incontri e inoltra particolareggiati rapporti ai superiori con la descrizione della propria tesi. Come sappiamo, Angleton era considerato uno che vedeva spie sovietiche dietro ogni angolo, e solo quando scoppia lo scandalo della fuga di Philby dal servizio segreto britannico, i responsabili della CIA prendono sul serio tutti i numerosi rapporti inoltrati.Negli anni, Angleton diventa una leggenda nell’ambiente dello spionaggio e la sua autorità diviene ben presto incontrastata. Pare sia stato l’unico autorizzato ad entrare nell’ufficio del direttore, Allen Dulles, in ogni momento, senza farsi annunciare e senza alcun appuntamento.Quando Dulles viene sostituito al comando dell’Agenzia da Richard Helms, Angleton è autorizzato ad operare autonomamente come aveva sempre fatto, con una disponibilità pressoché illimitata di risorse economiche, agenti e tecnologia, finchè tutto questo ha termine quando alla direzione della CIA è posto William Colby, che aveva avuto profondi disaccordi con Angleton fin dai tempi in cui avevano lavorato insieme nell’OSS. A poco a poco, il nuovo direttore, Colby, priva Angleton delle principali risorse e gli sottrae sempre più autorità e potere e, nel dicembre 1974, lo licenzia dal servizio attivo nella sezione controspionaggio e Affari Israeliani, relegandolo al ruolo di consulente e sperando che ciò lo costringesse a rassegnare le dimissioni. Davanti all’ostinazione di Angleton, Colby decide di diffondere la storia che lo stesso Angleton stesse spiando alcuni agenti segreti americani approfittando della sua autorità per ispezionare la corrispondenza segreta della CIA.Sempre più convinto di trovarsi incastrato in un complotto, Angleton si dimette, manifestando apertamente il proprio disgusto nei confronti del capo della CIA e rivelando pubblicamente che Colby aveva irreparabilmente danneggiato l’Agenzia a causa di motivi personali e per aver rivelato importanti segreti d’ufficio alla Commissione Church (organo federale di controllo delle attività di controspionaggio), causando un vero e proprio impoverimento delle potenzialità della CIAe in particolare della sezione per il controspionaggio, le cui conseguenze si farebbero sentire anche oggi, per gli attuali capi della CIA, specie se si fa riferimento all’episodio di Aldrich Ames, infiltrato nelle alte sfere dell’Agenzia e diventato milionario.La cosiddetta “caccia alla talpa” condotta da Angleton durante la lunga carriera, sembra abbia riguardato non meno di 120 agenti della CIA, alcuni solo sospettati di svolgere “attività parallele”. Circa ottanta di questi sono stati rimossi, degradati, licenziati e, in alcuni casi, pare si siano verificate morti violente in circostanze tuttora oscure. Sembra inoltre che siano stati pagati, in totale,oltre 700mila dollari ai numerosi agenti sospettati di corruzione e risultati poi non colpevoli, secondo quello che è stato denominato il Fondo Ausiliario in aiuto a coloro che, sospettati di tradimento, sono poi stati completamente scagionati da ogni accusa.Dopo alcuni problemi interni, causati dalla sua caparbia attività, Angleton si ritira a vita privata e non è mai più stato visto negli uffici della CIA. Muore in solitudine nel 1980.

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DIETRO LE QUINTE DELLA GUERRA IN ITALIA

DIETRO LE QUINTE DELLA GUERRA IN ITALIA Da alcuni documenti desecretati, nuove verità su rapporti e traffici insospettabili della guerra segreta in Italia, in attesa che altre prove siano finalmente rese pubbliche, per riscrivere molte pagine di storia rimaste in bianco. Di Roberto Roggero Che la guerra di Liberazione e l’occupazione in Italia siano un capitolo su cui molte verità devono ancora essere scritte, non è un segreto per nessuno. A mancare è il materiale su cui lavorare e tramite il quale chiarire tanti punti rimasti oscuri. A distanza di molti anni, i documenti conservati negli archivi alleati cominciano a perdere la qualifica di “segreto” e ad essere consultabili, sia pure da un ristretto numero di studiosi e storici. Dagli scaffali della CIA oggi sono stati resi pubblici circa 400mila documenti relativi alle attività dei servizi segreti alleati durante la seconda guerra mondiale. Molti riguardano l’Italia, in particolare le vicende degli ebrei romani, i reperti di Ciano e della principessa Mafalda di Savoia dopo la loro morte, i rapporti sui campi di concentramento, i traffici in cui era coinvolto il Vaticano e la mano d’opera italiana impiegata nelle industrie del Terzo Reich.I documenti consistono principalmente in intercettazioni, diari sequestrati a prigionieri di guerra, interrogatori di agenti che facevano il doppio gioco. In molti casi, sono segreti imbarazzanti per gli Alleati e non solo. Ad esempio, la questione sul mancato avvertimento di Londra agli ebrei romani circa la retata organizzata da Herbert Kappler, la cui preparazione era stata intercettata il 6 ottobre 1943. Se si poteva evitare, perché non è stato fatto nulla e i treni per Auschwitz sono stati lasciati partire come se nulla fosse?Pochi immaginano, infatti, a proposito del Vaticano, quale sia stata la vera natura dei rapporti fra Santa Sede e paesi belligeranti, ovvero governo italiano, tedesco, americano, russo, britannico, ecc. Il nome del cardinale Ildefonso Schuster, vescovo di Milano, ai più è noto come colui che si è adoperato per evitare la distruzione di molte città del Nord, per condurre un negoziato diplomatico fra tedeschi, CLN, alleati e Repubblica Sociale. In realtà, il cardinale Schuster si era prestato anche come mediatore per il trasferimento di grosse somme di denaro fra Roma e Milano, per conto di alti ufficiali delle SS, dopo essere stato contattato da un certo agente tedesco di nome Basilius Sadathieràshvili, che al termine del conflitto sarebbe stato uno dei collegamenti più importanti fra alleati, RSI e servizi segreti nazisti.Sempre riguardo il Vaticano, dai resoconti delle intercettazioni effettuate attraverso il sistema “Enigma”, e da altri documenti, è emerso che un altro prelato di rango, monsignor Hugh O’Flaherty, vescovo irlandese e rappresentante ufficiale della Croce Rossa Americana, era il principale referente dei servizi segreti nazisti che, grazie alla sua intercessione, mantenevano assidui contatti con il comandante della Xa MAS Junio Valerio Borghese e con Tasilo von Furstenberg, genero del senatore Agnelli. Ma c’è molto altro.Monsignor O’Flaherty aveva avvertito gli agenti nazisti che gli alleati stavano preparando operazioni anfibie con obiettivo Sardegna, Sicilia o Civitavecchia. Salvo il fatto che Civitavecchia sarebbe poi diventata Anzio, l’informazione era esatta, come vero era il fatto che i sovietici avevano ostacolato il progetto di sbarco nei Balcani proposto da Churchill.Che dire poi del tesoro accumulato dal maresciallo Rodolfo Graziani (28 casse nascoste nella chiesa di S.Agnese a Roma) consistente in migliaia di oggetti di grande valore, fra cui molti provenienti dal palazzo reale di Addis Abeba, compresa l’aquila d’oro massiccio del trono di Hailè Selassiè, che gli americani restituiscono nel 1945? Gli archivi declassificati dalla CIA mostrano un incredulo Hailè Selassiè che passa in rassegna il vasellame, le posate d’argento e le croci copte al momento della loro restituzione.Oltre agli oggetti d’arte Graziani aveva nascosto anche documenti ufficiali del fascismo e documenti militari. Tutti oggetti che il maresciallo chiede in restituzione, da tramandare ai posteri, perché questi abbiano materia per giudicare la storia con cognizione di causa.Il caso degli ebrei romani è forse il più eclatante. È provato che il direttivo dei servizi segreti britannici entra in possesso delle prove documentate circa la prevista retata alla comunità israelitica romana l’11 ottobre 1943, con almeno cinque giorni di anticipo sulla data fissata dal comando della Gestapo di Kappler.La risposta lascia di stucco: l’intelligence britannica non si occupava di questioni riguardanti civili e di problemi umanitari, ma agiva solo sul argomenti di carattere militare, senza contare il fatto che se fosse stato dato l’allarme, i tedeschi si sarebbero accorti che le loro comunicazioni erano intercettate. La retata di circa mille ebrei della capitale, comunque, avviene anche con l’approvazione del maresciallo Graziani, il quale è informato che una azione dello stesso tipo era stata prevista a Napoli. L’azione non era stata affidata ai Carabinieri in quanto considerati inaffidabili dai nazisti (Kappler infatti aveva ordinato il loro disarmo).Sempre legata agli ebrei di Roma è poi la vicenda dei 50Kg d’oro richiesti da Kappler. L’oro viene raccolto e consegnato agli ufficiali della Gestapo di via Tasso quindi, sotto ordine di Kappler, inviato in Germania alla Reichsbank, dove però non è mai arrivato. Gli stessi responsabili della Banca del Reich telegrafano in Italia il 7 ottobre ’43 lamentando il mancato arrivo del camion che il capitano delle SS Erick Priebke aveva fato partire da Roma, raccomandando di effettuare tutti i controlli e gli accertamenti del caso.Sullo stesso camion, di cui si perdono le tracce, il capitano Priebke (uomo di primo piano nell’organizzazione poliziesca dei tedeschi a Roma e in Italia) aveva fatto caricare anche gli effetti personali della principessa Mafalda di Savoia, del marito principe Filippo d’Assia, e del genero del duce Galeazzo Ciano.Altri documenti riguardano la consapevolezza che nei campi dell’est Europa si stava compiendo la Soluzione Finale del problema ebraico, lo sterminio di massa delle popolazioni slave e di tutti gli elementi considerati dannosi alla supremazia della razza ariana. Alcune conversazioni fra alti ufficiali tedeschi in Italia sono particolarmente rivelatrici, come quelle intercettate nell’aprile 1945 fra l’ammiraglio Utke, del comando della Kriegsmarine in Italia, e l’amico e collega contrammiraglio Engel il quale rivela di

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UNO SCONOSCIUTO PER SALVARE IL MONDO

UNO SCONOSCIUTO PER SALVARE IL MONDO Di John Milner In un film quasi-favola, “Il vento e il leone”, il soggettista fa dire in una scena al presidente americano Theodore Roosevelt una brutta verita’. Sottolinea infatti l’avventatezza come caratteristica del carattere americano. Elemento, sappiamo oggi, che puo’ anche mettere fine l’umanità! 27 Ottobre 1962. All’acme della crisi dei missili di Cuba .Il sommergibile sovietico B-59, classe Foxtrot, e’ nelle acque dei Caraibi. E’ ancora un battello spinto da motori diesel, ma con armamento nucleare. E’ in immersione quasi ininterrottamente da qualche giorno , riceve messaggi da radio civili, confusi, ma non riesce a mettersi in contatto con Mosca. In sostanza i tre ufficiali in comando, il comandante, il secondo e il sempre presente commissario politico, non sanno se lassù e’ scoppiato un conflitto…quello nucleare! Nelle acque internazionali dove si trovano, non si aspettano che arrivi il cow boy…l’avventato dal grilletto facile come nei film! Ed ecco che dal caccia americano USS Cony parte una salva di cariche di profondità da esercitazione sul B-59, “ proditoriamente “, avrebbero definito e definiscono oggi gli americani…L’intento e’ quello di farlo emergere per farsi identificare. C’e’ pero’ in quel momento un altro personaggio di intenti avventati, il comandate del B-59 Valentin Savitsky, che decide di lanciare contro l’aggressore un siluro nucleare. In questi casi la procedura russa e’ molto rigida : per lanciare un ordigno di quel tipo e’ necessario l’assenso sia del comandante sia del commissario del partito ( Ivan Maslennikov), ma nel caso particolare del B-59, per dettagli di protocollo e dinamica di reparti e gradi, vi e’ anche un capo di Stato Maggiore, che viene a trovarsi nella posizione di secondo in comando. E’ Vassily Arkhipov , che contro il parere dei primi due si oppone! Ne segue una discussione accesa, nella quale Arkhipov e’ irremovibile e riesce a convincere Savitsky ad aspettare ordini e addirittura ad emergere. E… salva il mondo!Naturalmente non e’ difficile immaginare cosa avrebbe significato un attacco nucleare all’apice della crisi cubana… ma il B-59 emerge, e comunica con il comandante del Cony ! Arkhipov ha avuto una carriera molto intensa , protagonista prima di Cuba dell’incidente nucleare nel sottomarino K-19, era restato contaminato e la sua salute minata. Poi, molto più avanti negli anni, ebbe uno scontro a fuoco con un pattugliatore americano. La sua figura e’ tuttavia restata leggendaria sia ad Oriente che in Occidente, e di ispirazione per i personaggi di vari film.

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L’OROLOGIO DELL’APOCALISSE

L’OROLOGIO DELL’APOCALISSE di Giorgio Viola e Corrado Barbieri La guerra in Ucraina, aldilà di tutte le valide e meno valide motivazioni e i pro e contro che si sono argomentati, con la virulenza mediatica tipica del terzo millennio, si e’ innescata per una ragione fondamentale e gia’ vissuta drammaticamente 60 anni prima. Ecco la storia per coloro che l’avessero dimenticata. Domenica,14 ottobre 1962I ricognitori U-2 dell’USAF in un volo a 22.000 m su Cuba, rilevano che sull’isola si stanno preparando installazioni per missili a medio raggio e che il materiale e’ scaricato da navi sovietiche .Il significato e’ palese, tutta la costa orientale degli Stati Uniti puo’ essere raggiunta in pochi minuti dagli ordigni e un attacco nucleare non potrebbe essere prevenuto. Le fotografie riprese dagli aerei mostrano inequivocabilmente che a San Cristobal e a Remedios i lavori sono in fase avanzata.Il presidente americano e’ John F.Kennedy, e la partita che si apre davanti a lui e’ il destino del pianeta, ne’ più ne’ meno . La controparte e’ il russo Nikita Kruscev, a suo tempo uno degli artefici della vittoria a Stalingrado. Riuniti i vertici militari e comunicata la situazione all’Organizzazione degli Stati Americani, Kennedy, contro il parere dei falchi del Pentagono che vorrebbero un attacco immediato a Cuba, decide per un blocco navale, una sorta di cintura attorno all’isola per impedire ogni ulteriore accesso di materiale sovietico .Una decisione improntata alla prudenza, questa dei due fratelli Kennedy , John e Robert, suo ministro della giustizia, alla quale probabilmente il mondo deve la sua sopravvivenza! Il 22 ottobre Kennedy si rivolge alla nazione per illustrare la situazione e dichiarare pubblicamente al mondo che ogni azione intrapresa contro gli Stati Uniti vedra’ l’immediata risposta americana. Siamo in piena guerra fredda, e’ implicito che si parla di un attacco nucleare. L’ orologio dell’apocalisse e’ in moto. Psicologia e buon senso non mancano ai due Kennedy, che, dopo le schermaglie tra ambasciatori e i comunicati contrastanti, decidono che e’ opportuno non solo evitare ogni scontro, ma nemmeno umiliare il leader sovietico costringendolo a una pronta ritirata e facendogli perdere la faccia di fronte al mondo e al suo paese. La proposta e’ il ritiro, con l’inversione di rotta delle navi russe, in cambio del ritiro entro un anno dei missili americani pariclasse Jupiter fatti installare dalla precedente presidenza Eisenhauer in Italia a Gioia del Colle ( 36ma Brigata) e a Smirne in Turchia. L’orologio dell’Apocalisse, che in quei fatidici giorni aveva scandito il tempo lasciando tutto il mondo col fiato sospeso, si ferma il 28 ottobre, quando Kruscev accetta la proposta.Il mondo e’ salvo, ma alle parole devono seguire i fatti : le navi sovietiche, gia’ abbondantemente fotografate e con i missili in vista sui ponti, devono essere controllate fino al loro rientro in Russia, un compito che spetta non solo all’USAF e all’US Navy, ma anche agli alleati della NATO. Quindi anche all’Italia, alla cui base di Verona Villafranca ( 3a AerobrigataR.T.) giunge un messaggio dal comando della 3a Regione Aerea di Bari, con l’ ordine di far decollare una squadriglia di jet RF-84 da ricognizione alla volta di Sigonella ( sede del reparto dell’US Navy VP18 dotato di pattugliatori PV2) per un’azione fotografica nel canale di Sicilia, dove e’ stata avvistata una nave sovietica – che si rivelerà essere la Okhotsk da 11.000 tonnellate- .Individuata nel bel mezzo del Mediterraneo, sarà fotografata dalla quota di 600 metri. In coperta sono ben visibili alcuni silos contenenti i missili R12 Sandal, ma anche i componenti disassemblati di bombardieri medi Il-28. Le foto si riveleranno nitide, perfette. Da poppa tre marinai sovietici indirizzano all’operatore dell’RF-84F un gesto molto italiano…e dirigono verso Sebastopoli. La partita e’ chiusa.  

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UN’ATOMICA SULLA LUNA

UN’ATOMICA SULLA LUNA In piena Guerra Fredda, l’aeronautica americana progetto’ l’operazione segreta “A-119” come deterrente in funzione antisovietica. di Roberto Roggero Nel 1958, alcuni ricercatori della Aeronautica Militare degli Stati Uniti elaborarono un progetto denominato A-119, strettamente “Top Secret”, catalogato genericamente “A Study of Lunar Research Flights” (“Studio per Voli Sperimentali sulla Luna”). Contemporaneamente, uno dei più noti scienziati, Leonard Reiffel, fu contattato per compiere una relazione sulla possibilità di effettuare un test nucleare sulla superficie lunare, sulle conseguenze, e in che misura l’effetto di tale esplosione avrebbe potuto essere visibile da qualsiasi punto del nostro pianeta. Sulla luna si sarebbe generato un cratere di dimensioni eccezionali, con una nuvola di polvere radioattiva che, a causa della mancanza di atmosfera sulla superficie lunare, si sarebbe espansa in tutte le direzioni anziché raggrupparsi nel tradizionale fungo.Sullo sfondo del progetto A-119 vi era la corsa alla scoperta dello spazio e alla conquista del satellite della Terra, in cui gli Stati Uniti stavano perdendo campo rispetto all’Unione Sovietica che, pochi mesi prima, aveva messo in orbita il primo satellite artificiale. Secondo le rivelazioni dello stesso Reiffel, l’esperimento avrebbe avuto lo scopo di dimostrare al mondo, e in particolare al Cremlino, la potenza nucleare americana : in pratica, una prova di forza.Lo storico britannico David Lowry ipotizzo’, anni dopo, quando gli Stati Uniti erano impegnati nella realizzazione del cosiddetto “Scudo Stellare”, il sistema di difesa missilistica intorno all’orbita terrestre, che un tale evento avrebbe potuto avere un effetto deterrente.E’ noto che gli USA non hanno mai abbandonato l’idea di conquistare lo spazio e farne una sorta di arsenale privato, e alcune di quelle idee sembra non siano state completamente dimenticate…La responsabilità dell’operazione A-119 pare sia da attribuire alla Armour Research Foundation di Chicago, poi Illinois Institute of Technology Research, e consisteva nel far detonare un ordigno nucleare, potente almeno quanto quello sganciato su Hiroshima, sulla faccia oscura della luna. L’esplosione avrebbe generato una nube di polveri atomiche che sarebbero affiorate sulla parte visibile e, illuminate dalla luce solare, visibili a occhio nudo dalla Terra. E’ uno dei molti accorgimenti che, all’epoca della corsa agli armamenti, della Guerra Fredda, furono elaborati nelle segrete stanze del potere americano, e gli archivi di Washington sono sicuramente strapieni di idee di questo tipo che, purtroppo, rimarranno coperti dal più stretto riserbo chissà ancora per quanto tempo.Le indagini di Reiffel fecero notare pero’ che un fenomeno del genere avrebbe determinato un importante sconvolgimento dell’ambiente lunare, anche se, in effetti, l’aspetto naturalistico era quello che interessava meno i responsabili dell’aviazione militare statunitense. Dal lato pratico era fattibile, pur con costi estremamente alti. La tecnologia, già alla fine degli anni Cinquanta, poteva in effetti permettere di realizzare l’operazione: i missili esistenti erano in grado portare una testata atomica sulla luna e centrare la zona prescelta con uno scarto massimo di circa 5-7Km, inoltre pare che sulla Terra non si sarebbero avute conseguenze di particolare gravità.L’operazione A-119 è stata rivelata da alcuni passi della biografia scritta da Keay Davidson sullo scienziato Carl Sagan, scomparso nel 1996, celebre, oltre che per le ricerche astronomiche, per l’instancabile opera di diffusione al grande pubblico degli aspetti poco noti della materia in questione. Lo staff di Reiffel (che già nel maggio ’59 rivelo’ pubblicamente il proprio ruolo con una lettera alla rivista inglese “Nature”), sostenuto economicamente anche dall’US-Air Force Special Weapons Center di Albuquerque (New Mexico), composto da una decina di scienziati e ricercatori fra cui Sagan, si mise all’opera dal maggio 1958 fino al gennaio 1959, per elaborare i modelli matematici dell’itinerario di circa 235mila miglia che il razzo (o i razzi) avrebbe dovuto compiere, portando una testata all’idrogeno ( risultati delle ricerche saranno poi riuniti in otto rapporti segreti). Sagan fu interpellato da Reiffel all’Armour Research Foundation circa le conseguenze della diffusione di una nuvola di sostanze radioattive sulla superficie lunare e sul fenomeno del “fall-out”, la persistenza e la ricaduta di tali sostanze nell’atmosfera di un pianeta o di un satellite naturale. Il calcolo matematico su questo interrogativo e il grado di visibilità dell’esplosione dalla Terra erano i punti da chiarire per prendere una decisione finale.Carl Sagan, convinto che sulla luna esistessero forme di microrganismi, aveva fatto notare che se si fosse verificata una esplosione nucleare, non sarebbe rimasta traccia alcuna di quelle forme di vita e si sarebbe perduta per sempre la possibilità di studiarle, quando l’uomo fosse riuscito nel futuro prossimo, a prelevarli. Nonostante questo, i calcoli furono portati a compimento, ma poi i risultati vennero distrutti dagli stessi responsabili dell’Armour Research Foundation nel 1987. Non è tuttavia da escludere che almeno una copia di tali modelli matematici sia stata conservata negli archivi segreti dell’aviazione militare americana o del Pentagono ( i portavoce del Pentagono non hanno mai fatto rivelazioni in proposito, ma nemmeno smentito). Leonard Reiffel era quindi l’uomo chiave del progetto segreto A-119, colui che avrebbe dovuto valutare sia gli effetti dell’esplosione, sia i vantaggi che sarebbero potuti derivare per gli Stati Uniti. L’ordigno doveva essere un missile a testata atomica, il cui tipo, in particolare, era una questione che non lo riguardava direttamente. Per conto dell’Armour Research Foundation, egli doveva limitarsi a determinare la potenza necessaria per quello che era definito “un esperimento di Pubbliche Relazioni” che doveva impressionare anzitutto l’Unione Sovietica. Il vettore doveva essere un missile balistico intercontinentale realizzato con apposite modifiche per affrontare la distanza Terra-Luna.I selezionatissimi “addetti ai lavori” lavorarono praticamente isolati dal mondo esterno, per cui ufficialmente non si sa nulla circa il livello a cui giunsero i progetti. E’ trapelato che uno degli scienziati al corrente delle ricerche sarebbe stato il fisico italiano Enrico Fermi, all’epoca impiegato nei laboratori di Chicago.In quel periodo, esattamente nell’ottobre 1957, Mosca aveva lanciato nello spazio lo Sputnik, che era in grado di effettuare ricerche particolareggiate, oltre ad alcune sonde lunari che dovevano simulare gli effetti di un impatto lunare. L’Unione Sovietica, quindi, stava diventando il primo paese a riprendere fotografie della superficie ed effettuare test di allunaggio già nel 1959, mentre gli Stati Uniti, dopo

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