LA DIVISIONE “SS ITALIEN”
Dopo l’8 settembre, viene formato un reparto scelto voluto da Mussolini, che pronuncia il giuramento di fedeltà non al duce, ma al Fuhrer e al capo delle SS Himmler.
Di Roberto Roggero
“Davanti a Dio pronuncio questo sacro giuramento: nella lotta per la mia Patria italiana contro i suoi nemici, sarò assolutamente fedele e obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e delle SS e, come soldato valoroso, sarò pronto in ogni momento, a dare la mia vita per questo giuramento”.

Con queste parole il soldato delle SS italiane si poneva anima e corpo al servizio del Fuhrer e del capo delle SS Himmler, escludendo di fatto ogni autorità di Mussolini, che pur aveva perorato la necessità di formare un reparto scelto e votato al sacrificio, secondo gli stessi principi del corpo in nero tedesco, fin dal primo giorni in cui era giunto in Germania, dopo essere stato liberato dalla prigione del Gran Sasso il 12 settembre 1943 grazie all’operazione Eiche portata a termine dai commandos paracadutisti agli ordini del celebre Otto Skorzeny, anche se dal 9 settembre una formazione di Camicie Nere è inquadrata nelle SS tedesche della guarnigione di presidio a Praga.
All’incontro con Hitler avvenuto a Rastenburg, presso il quartier generale della Prussia orientale, la “tana del lupo”, Mussolini ottiene da Hitler il benestare per attuare il progetto e il Reichsfuhrer-SS Himmler viene incaricato di portarlo a compimento.
Ufficialmente, la costituzione delle SS italiane avviene con il Decreto 446 del 30 giugno 1944, e riguarda circa 20mila uomini, che formano un corpo indipendente dalle forze armate della Repubblica Sociale.
Il primo comandante della nuova formazione è il Brigaderfuhrer-SS Peter Hansen, che faceva capo al generale Karl Wolff, responsabile delle SS e della polizia tedesca in Italia con il titolo di HSSPF, ovvero Hohere-SS und Polizei Fuhrer, titolo che dava l’opportunità a chi lo portava, di comunicare direttamente con Himmler senza intermediari.

Le SS italiane vengono quindi inquadrate al comando di ufficiali tedeschi, con ordini comunicati in tedesco e con gradi tedeschi, inizialmente con mostrine rosse e in seguito, solo per alcuni reparti, nere. Sui berretti e gli elmetti portavano il teschio in argento e le due lettere runiche stilizzate. Come distinzione particolare portavano l’aquila romana su fascio littorio e, verso la fine del 1944, il simbolo delle tre frecce incrociate racchiuse in un cerchio, applicato alla mostrina destra. Teschio con tibie incrociate e SS runiche anche sulla fibbia del cinturone.
Gran parte dei soldati si arruolano volontariamente, ma non pochi sono stati gli arruolamenti forzati, specialmente fra i prigionieri dei campi in Germania ai quali veniva imposto “o con noi o al muro”. E al muro finirono in molti, come tragica conseguenza di tentativi di diserzione e quindi tradimento al sacro principio “il mio onore si chiama fedeltà”.
Le diserzioni avvenivamo dai centri di reclutamento e addestramento in Germania (nei quali le SS italiane venivano preparate alla guerra antipartigiana) dove la disciplina era decisamente ferrea, fatto approvato e sottoscritto da Mussolini e dal ministro della Giustizia Pisenti, con un decreto ufficiale che sanciva la pena di morte per renitenti e disertori.
Già dal 9 settembre ’43, il giorno dopo la diffusione della notizia dell’armistizio, tre battaglioni di Camicie Nere, al comando del console Paolo De Maria, entrano volontariamente nei quadri delle SS nella città di Praga proprio in seguito alla notizia della firma di Cassibile, per proseguire la guerra al fianco dell’alleato tedesco.
Non sono, d’altra parte, i primi volontari non tedeschi a combattere sotto la bandiera del Reich: esistevano infatti molte formazioni straniere già inserite nelle Waffen-SS, e gli italiani vengono accolti con la denominazione di “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”.
Diverse sono le denominazioni per i reparti di SS italiane: dopo la “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”, si passa alla “1a Brigata d’Assalto Legione SS-Italien” poi, il 27 aprile 1944, il corpo assume ufficialmente il nome di “1a Brigata Italiana SS-Grenadieren”, fino al definitivo appellativo di 29a Divisione Waffen-SS Karstjager Italien assunto il 9 marzo 1945.

Dal primo nucleo di volontari, il reparto si sviluppa poi in due gruppi principali: quello di base al campo di addestramento di Muzingen e il Battaglione “Debica” di stanza in Polonia e inquadrato come reparto divisionale di fucilieri assaltatori ed esploratori. Gli ufficiali sono invece destinati alle scuole di Toz, e Klagenfort dove i corsi di addestramento sono particolarmente duri e dove non veniva riconosciuto alcun privilegio o grado precedentemente ottenuto.
Terminato l’addestramento, le SS italiane arrivano in patria, nel territorio controllato dalla RSI. Sono complessivamente 13.370 inquadrati in tre reggimenti formati da 14 battaglioni a loro volta suddivisi in compagnie autonome. I tre reggimenti sono due di fanteria e uno di artiglieria formato da due gruppi da combattimento. Il comandante della formazione, che raggiunge l’effettivo di una divisione, è il generale delle SS Peter Hansen, sostituito poi nell’ottobre 1943 dallo Standartenfuhrer-SS Lombard fino al dicembre successivo, quindi ancora da Hansen e infine dallo Standartenfuhrer-SS von Hendeman. Il posto di comando è situato all’hotel Campana di Pinerolo.
Il primo reggimento fanteria è posto al comando del colonnello Degli Oddi, il secondo è affidato al colonnello Celebrano, mentre quello di artiglieria al maggiore Carlo Pace.
Le SS italiane sono impegnate in battaglia particolarmente durante il periodo marzo-aprile 1944 sul fronte di Anzio e Nettuno, dove combattono con accanimento il secondo battaglione del reggimento (colonnello Degli Oddi) e il battaglione “Debica” e dove, su un totale di 650 uomini, circa la metà rimane uccisa.
Il comportamento in questa occasione è riconosciuto dalla medaglia d’argento al Valor Militare. Parte della divisione SS-Italien è poi impiegata in Austria con i resti della divisione Waffen-SS Prinz Eugen contro l’8a armata britannica. Per il resto il reparto è impiegato prevalentemente in operazioni di polizia e di contrasto ai partigiani nel nord Italia, ad esempio il battaglione Cacciatori del Carso, dove la guerra si combatteva in modo altrettanto drammatico e senza esclusione di colpi. Molte le testimonianze sulla spietatezza delle SS italiane, che usavano non fare prigionieri, e della risposta altrettanto feroce dei partigiani, nei drammatici giorni verso la fine della guerra, in luoghi come Pradamano, Tolmezzo, Udine, Pordenone, Tagliamento., Palmanova, dove agiscono l’Hauptsturmfuhrer-SS Ernesto Ruggiero, ex Guardia Nazionale Repubblicana, e altri come Giovanni Bianco, Alessandro Munaretto, Remingo Rebez, Giovanni Turrin, Giuseppe Coccolo, Giacomno Rotigni, e il tenente Odorico Borsetti, comandante del Centro Repressione antipartigiana.
Delle SS italiane fa parte, quale comandante di una autonoma formazione di Polizia speciale, il sanguinario maggiore Mario Carità (che talvolta nelle lettera si firma SS-Sturmbannfuhrer) a capo di circa 180 elementi, a Firenze, Padova e Rovigo. A questo gruppo speciale partecipa inizialmente anche il tenente Pietro Koch, che più tardi formerà una propria autonoma banda a Roma e poi a Milano, la cui fucilazione, dopo la liberazione, è stata ripresa dal regista Luchino Visconti, che era stato prigioniero della banda Koch.
Alla liberazione, la divisione SS-Italien viene compresa nella dichiarazione di resa delle truppe tedesche mentre era ancora impegnata in battaglia, il 6 maggio ’45, nei pressi di Villach.
