DIETRO LE QUINTE DELLA GUERRA IN ITALIA
Da alcuni documenti desecretati, nuove verità su rapporti e traffici insospettabili della guerra segreta in Italia, in attesa che altre prove siano finalmente rese pubbliche, per riscrivere molte pagine di storia rimaste in bianco.
Di Roberto Roggero
Che la guerra di Liberazione e l’occupazione in Italia siano un capitolo su cui molte verità devono ancora essere scritte, non è un segreto per nessuno. A mancare è il materiale su cui lavorare e tramite il quale chiarire tanti punti rimasti oscuri. A distanza di molti anni, i documenti conservati negli archivi alleati cominciano a perdere la qualifica di “segreto” e ad essere consultabili, sia pure da un ristretto numero di studiosi e storici. Dagli scaffali della CIA oggi sono stati resi pubblici circa 400mila documenti relativi alle attività dei servizi segreti alleati durante la seconda guerra mondiale. Molti riguardano l’Italia, in particolare le vicende degli ebrei romani, i reperti di Ciano e della principessa Mafalda di Savoia dopo la loro morte, i rapporti sui campi di concentramento, i traffici in cui era coinvolto il Vaticano e la mano d’opera italiana impiegata nelle industrie del Terzo Reich.
I documenti consistono principalmente in intercettazioni, diari sequestrati a prigionieri di guerra, interrogatori di agenti che facevano il doppio gioco. In molti casi, sono segreti imbarazzanti per gli Alleati e non solo. Ad esempio, la questione sul mancato avvertimento di Londra agli ebrei romani circa la retata organizzata da Herbert Kappler, la cui preparazione era stata intercettata il 6 ottobre 1943. Se si poteva evitare, perché non è stato fatto nulla e i treni per Auschwitz sono stati lasciati partire come se nulla fosse?
Pochi immaginano, infatti, a proposito del Vaticano, quale sia stata la vera natura dei rapporti fra Santa Sede e paesi belligeranti, ovvero governo italiano, tedesco, americano, russo, britannico, ecc. Il nome del cardinale Ildefonso Schuster, vescovo di Milano, ai più è noto come colui che si è adoperato per evitare la distruzione di molte città del Nord, per condurre un negoziato diplomatico fra tedeschi, CLN, alleati e Repubblica Sociale. In realtà, il cardinale Schuster si era prestato anche come mediatore per il trasferimento di grosse somme di denaro fra Roma e Milano, per conto di alti ufficiali delle SS, dopo essere stato contattato da un certo agente tedesco di nome Basilius Sadathieràshvili, che al termine del conflitto sarebbe stato uno dei collegamenti più importanti fra alleati, RSI e servizi segreti nazisti.
Sempre riguardo il Vaticano, dai resoconti delle intercettazioni effettuate attraverso il sistema “Enigma”, e da altri documenti, è emerso che un altro prelato di rango, monsignor Hugh O’Flaherty, vescovo irlandese e rappresentante ufficiale della Croce Rossa Americana, era il principale referente dei servizi segreti nazisti che, grazie alla sua intercessione, mantenevano assidui contatti con il comandante della Xa MAS Junio Valerio Borghese e con Tasilo von Furstenberg, genero del senatore Agnelli. Ma c’è molto altro.
Monsignor O’Flaherty aveva avvertito gli agenti nazisti che gli alleati stavano preparando operazioni anfibie con obiettivo Sardegna, Sicilia o Civitavecchia. Salvo il fatto che Civitavecchia sarebbe poi diventata Anzio, l’informazione era esatta, come vero era il fatto che i sovietici avevano ostacolato il progetto di sbarco nei Balcani proposto da Churchill.
Che dire poi del tesoro accumulato dal maresciallo Rodolfo Graziani (28 casse nascoste nella chiesa di S.Agnese a Roma) consistente in migliaia di oggetti di grande valore, fra cui molti provenienti dal palazzo reale di Addis Abeba, compresa l’aquila d’oro massiccio del trono di Hailè Selassiè, che gli americani restituiscono nel 1945? Gli archivi declassificati dalla CIA mostrano un incredulo Hailè Selassiè che passa in rassegna il vasellame, le posate d’argento e le croci copte al momento della loro restituzione.
Oltre agli oggetti d’arte Graziani aveva nascosto anche documenti ufficiali del fascismo e documenti militari. Tutti oggetti che il maresciallo chiede in restituzione, da tramandare ai posteri, perché questi abbiano materia per giudicare la storia con cognizione di causa.
Il caso degli ebrei romani è forse il più eclatante. È provato che il direttivo dei servizi segreti britannici entra in possesso delle prove documentate circa la prevista retata alla comunità israelitica romana l’11 ottobre 1943, con almeno cinque giorni di anticipo sulla data fissata dal comando della Gestapo di Kappler.
La risposta lascia di stucco: l’intelligence britannica non si occupava di questioni riguardanti civili e di problemi umanitari, ma agiva solo sul argomenti di carattere militare, senza contare il fatto che se fosse stato dato l’allarme, i tedeschi si sarebbero accorti che le loro comunicazioni erano intercettate. La retata di circa mille ebrei della capitale, comunque, avviene anche con l’approvazione del maresciallo Graziani, il quale è informato che una azione dello stesso tipo era stata prevista a Napoli. L’azione non era stata affidata ai Carabinieri in quanto considerati inaffidabili dai nazisti (Kappler infatti aveva ordinato il loro disarmo).
Sempre legata agli ebrei di Roma è poi la vicenda dei 50Kg d’oro richiesti da Kappler. L’oro viene raccolto e consegnato agli ufficiali della Gestapo di via Tasso quindi, sotto ordine di Kappler, inviato in Germania alla Reichsbank, dove però non è mai arrivato. Gli stessi responsabili della Banca del Reich telegrafano in Italia il 7 ottobre ’43 lamentando il mancato arrivo del camion che il capitano delle SS Erick Priebke aveva fato partire da Roma, raccomandando di effettuare tutti i controlli e gli accertamenti del caso.
Sullo stesso camion, di cui si perdono le tracce, il capitano Priebke (uomo di primo piano nell’organizzazione poliziesca dei tedeschi a Roma e in Italia) aveva fatto caricare anche gli effetti personali della principessa Mafalda di Savoia, del marito principe Filippo d’Assia, e del genero del duce Galeazzo Ciano.
Altri documenti riguardano la consapevolezza che nei campi dell’est Europa si stava compiendo la Soluzione Finale del problema ebraico, lo sterminio di massa delle popolazioni slave e di tutti gli elementi considerati dannosi alla supremazia della razza ariana. Alcune conversazioni fra alti ufficiali tedeschi in Italia sono particolarmente rivelatrici, come quelle intercettate nell’aprile 1945 fra l’ammiraglio Utke, del comando della Kriegsmarine in Italia, e l’amico e collega contrammiraglio Engel il quale rivela di essere da tempo a conoscenza di cosa succedeva dietro i reticolati di Bergen Belsen, Mauthausen o Buchenwald, anche in seguito a conversazioni avute a sua volta con alcuni ufficiali delle SS che si vantavano di non essere dei vigliacchi o dei codardi, dal momento che con le loro stesse mani provvedevano a far fuori gli ebrei che capitavano, fossero stati vecchi, donne o bambini. L’unica preoccupazione era per il fatto che lo sterminio continuava a ritmi serrati nonostante la pericolosa vicinanza delle truppe alleate. Una conversazione notevolmente lunga, che si snoda fra battute di pessimo gusto sulla natura degli ebrei e sui forni crematori.
Altri documenti riguardano i diari del tenente delle SS Guido Zimmer, agente del Servizio di Sicurezza SD in Italia. Nei resoconti Zimmer parla chiaramente di un complotto ordito da alcuni esponenti dell’alta aristocrazia tedesca, fra cui non pochi accesi simpatizzanti nazisti, per eliminare Hitler e alcuni estremisti del partito, quindi negoziare una pace separata con gli angloamericani e assicurare un futuro al Reich tedesco, che avrebbe poi continuato la guerra contro il nemico comunista. Non è, in effetti, un segreto, semmai un’ulteriore conferma delle intenzioni di alcuni uomini molto influenti che avevano a cuore la Germania più che le deliranti teorie di Himmler sullo spazio vitale e la supremazia della razza. Quello che stupisce, nei diari di Zimmer, sono alcuni dei nomi di questa èlite decisa a sbarazzarsi del Fuhrer. Fra di essi ad esempio, il principe Tasilo von Furstenberg, marito di Clara Agnelli, figlia del senatore Gianni Agnelli, e il già citato capo della Xa MAS, anch’egli principe, Junio Valerio Borghese, da parte sua intenzionato a combattere una guerra privata contro i popoli slavi e per questo ben favorevole ad una pace con gli alleati occidentali in funzione antisovietica.
Altri documenti parlano di alcune conversazioni fra alti ufficiali tedeschi nelle quali i riferimenti alla Soluzione Finale sono molto espliciti. Sono conversazioni del 1942, che dimostrano come anche gli alleati conoscessero il dramma che si stava consumando dietro i reticolati, e altro ancora, specialmente riguardo all’intenzione di trasferire più di 300mila lavoratori italiani in territorio tedesco come mano d’opera coatta per le fabbriche del Reich e che, per procedere con tale progetto, occorreva prima vincere la guerra.
Prove documentate dimostrano come la razzia di opere d’arte e tesori di valore, in Italia non siano state compiute solo dagli emissari dell’onnipotente Goring. Un documento al riguardo è costituito dalla lettera scritta da Heinrich Hatka, ufficiale delle SS in Italia prigioniero a Norimberga, datata 19 novembre 1945 e indirizzata al Procuratore Capo del grande processo. Si fa menzione di un’opera di grande valore, un altare in puro stile barocco dell’artista Hans Nueltscher, che Mussolini ha espressamente ordinato di prelevare dal municipio di Vipiteno per donarlo al maresciallo del Reich con una serie di dipinti del Trecento, e oggetti preziosi che prima erano stati rubati dai fascisti, quindi portati a Trento e consegnati agli emissari di Goring.
Nel ’45, gli Alleati rimproverano al governo italiano di mostrarsi disinteressato al recupero delle opere d’arte e si fanno carico del lavoro di restituzione ai legittimi proprietari. Il tenente James Plaut, comandate della Art Unit dei servizi segreti americani, scrive il 26 aprile 1945 che l’unico cittadino privato ad aver denunciato il furto di opere da parte dei nazisti (48 dipinti provenienti da un suo castello) è il conte fiorentino Contini-Bonacossi, noto antiquario. Ma gli americani hanno dubbi. E’ perfettamente possibile che la rivendicazione dei 48 dipinti sia falsa, perché in precedenza Contini-Bonacossi aveva ammesso di aver venduto collezioni di mobili antichi a Goring. Probabilmente nulla di più di un affare sotto costrizione.
Dagli archivi desecretati, comunque, una cosa sopra tutte balza agli occhi: come dalla guerra nessuno sia uscito con le mani pulite, né i vinti, né tanto meno, i vincitori.
