IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA
IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA Negli anni in cui Mussolini procede verso l’affermazione, alcuni intellettuali, pur dichiarandosi allineati, avversano il regime esaltando l’ideologia della rivoluzione socialista e pre-fascista, altri si schierano manifestamente all’opposizione pubblicando nei propri romanzi la drammaticità della situazione storica, sociale e politica. Di Roberto Roggero Era il 1933 quando il “Manifesto Realista” appare sulle pagine de “L’Universale”, per sostenere i principi originari della rivoluzione mussoliniana, con feroci critiche contro la classe capitalista borghese e contro la cultura propugnata dal Concordato fra Stato e Chiesa.Il periodo in questione è più che mai ricco di manifestazioni intellettuali, da quelle allineate al regime a quelle diametralmente opposte.All’interno dell’ambiente culturale comincia un’aspra battaglia per la supremazia dell’opinione fascista, che tenta in tutti i modi di escludere ogni forma di dissenso a cominciare dalla carta stampata. Ma anche all’interno dello stesso ambiente fascista esistono contrasti e divergenze di opinione. E’ il caso, ad esempio, de “Il Bargello” settimanale edito dalla Federazione Fascista di Firenze, dove i giornalisti e gli intellettuali che prestavano la propria firma, manifestano evidenti intenzioni di autonomia, in nome della cultura popolare e della rinascita dei principi sociali e socialisti del primo movimento fascista. Molti rimproverano a Mussolini il mutamento che ha voluto imprimere al movimento, inimicandosi non poche prestigiose personalità del mondo culturale italiano e non solo. “Il Bargello” e “L’Universale” sono casi emblematici: pur essendo pubblicazioni marcatamente fasciste sono fra i primi a denunciare la direzione definita di “imborghesimento” verso la quale stava andando il partito fascista e, di conseguenza, l’intero paese. Direzione incarnata dai principi espressi dal filosofo del regime, Giovanni Gentile, che appare troppo legato a vecchi e anacronistici ideali liberali. Intellettuali e giornalisti, dalle pagine di giornali come “Il Bargello”, “L’Universale” e altri, vogliono richiamare il duce a quelli che erano stati i motivi ispiratori del socialismo rivoluzionario pre-fascista, che si sarebbero persi nel turbine degli eventi, per ritornare poi durante gli ultimi mesi della Repubblica Sociale. Un esempio per tutti, il decreto sulla “socializzazione dell’industria” che Mussolini affida al ministro Angelo Tarchi (il “programma Tarchi” appunto) che non sortisce l’effetto sperato. Tutto questo ha un origine, o meglio, una base sociale, che va cercata nelle condizioni del paese nell’immediato primo dopoguerra e nelle aspirazioni di tutti coloro che, dopo aver combattuto fra gli orrori e la carneficina della trincea, si sono trovati in un’Italia preda di miseria, disoccupazione, inflazione, di fronte ad una ristretta oligarchia che invece dalla guerra aveva tratto enormi profitti e accumulato cospicui patrimoni. Una situazione simile a quella tedesca, dove però le conseguenze si manifestano in altro modo.I circoli intellettuali che si raccolgono intorno a “Il Bargello”, “L’Universale”, “Il Selvaggio”, diventano quindi etichettati come “la sinistra fascista” che fanno della polemica anticapitalista e delle aspirazioni indipendentiste dei quadri popolari rispetto alla èlite del movimento, il proprio motivo conduttore, prendendo le distanze da altre testate come “Solaria” che tende invece a mantenere separati il mondo della cultura dall’agone della politica. A monte di tutto questo, tuttavia, i legami fra “Solaria” e “Il Bargello” esistono su diversi terreni, primo fra tutti l’interesse per la cultura e la divulgazione del romanzo.Fra il 1933 e il ’34, il celebre Elio Vittorini, collaboratore de “Il Bargello”, proprio su “Solaria” pubblica “Il garofano rosso”, suo primo romanzo, poi censurato dai guardiani della propaganda di regime, non tanto perché racconta di un giovane rampollo della classe borghese che, disprezzando le proprie origini sociali, vuole avvicinarsi al mondo dei lavoratori e ne viene respinto proprio in quanto esponente della borghesia, ma perché la vicenda è inserita storicamente nel periodo del disgregarsi dello stato liberale, che il protagonista esprime in modo decisamente antiborghese e tutt’altro che “eroico” come prescrivevano i canoni del regime. Dalla sinistra fascista, poi, Vittorini si distacca quando Mussolini sostiene apertamente le aspirazioni rivoluzionarie del generale Franco in Spagna, manifestando in “Conversazioni in Sicilia” (1938) il disprezzo nei confronti di ogni discriminazione sociale e dell’oppressone del potere politico. E’ questo romanzo espressione piena del Realismo letterario degli anni Trenta, e modello per molte trame di futuri romanzi, fra cui l’ironico “Don Giovanni in Sicilia” (1941) di Vitaliano Brancati, altro personaggio proveniente dagli ambienti della destra del primo dopoguerra, i cui ideali erano incarnati da forti personalità come quella di Gabriele D’Annunzio, e in seguito divenuto antifascista.Tema che esprime il Realismo degli anni Trenta è anche il romanzo “Tre Operai”, che Carlo Ternari riesce a pubblicare nel 1934 fra le molte difficoltà poste dalla censura, per la quale già il titolo stesso del testo significava favorire manifestamente il proletariato del Sud Italia che avversava l’èlite del regime, e un impegno politico e sociale contrario all’ideologia fascista, nello scenario storico dell’occupazione delle fabbriche durante gli anni Venti. Allo stesso modo, il Realismo letterario si manifesta con Ignazio Silone e “Fontamara” considerato un vero e proprio manifesto stilistico e fotografico di quel meridione immerso nella propria drammaticità, caratterizzata da una rigida differenza di classe. La vicenda di “Fontamara” è emblematica: scritto durante l’esilio, nel 1930, per mostrare al mondo la condizione in cui il regime si ostinava a tenere le classi meno abbienti, non può essere pubblicato dall’editore tedesco Fisher che ne era interessato a causa dell’avvento di Hitler. E’ pubblicato a Zurigo nel 1933 e l’anno seguente, a spese dello stesso Silone (per le manifeste simpatie comuniste esiliato e contrastato dal regime molto più di Vittorini, Brancati, Pavese, Moravia, in realtà tollerati), che lo fa stampare in una tipografia di esuli italiani a Parigi, entra clandestinamente in Italia e solo dopo la guerra, nel 1949, Mondadori ne acquista i diritti parziali. Si deve però attendere il 1958 per la prima edizione definitiva.Non è certo un segreto che, come maestro di narrativa e stile, i vari intellettuali del Realismo degli anni Trenta abbiano unanimemente considerato Verga e “I Malavoglia”, specie in riferimento alla scelta di ambientare le proprie trame nella povertà del Mezzogiorno d’Italia. Soprattutto Silone, che ha ricoperto cariche di primo livello nella dirigenza comunista dell’epoca, prima di distaccarsi dalla sinistra in seguito alle purghe
