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IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA

IL REALISMO LETTERARIO DEGLI ANNI TRENTA Negli anni in cui Mussolini procede verso l’affermazione, alcuni intellettuali, pur dichiarandosi allineati, avversano il regime esaltando l’ideologia della rivoluzione socialista e pre-fascista, altri si schierano manifestamente all’opposizione pubblicando nei propri romanzi la drammaticità della situazione storica, sociale e politica. Di Roberto Roggero Era il 1933 quando il “Manifesto Realista” appare sulle pagine de “L’Universale”, per sostenere i principi originari della rivoluzione mussoliniana, con feroci critiche contro la classe capitalista borghese e contro la cultura propugnata dal Concordato fra Stato e Chiesa.Il periodo in questione è più che mai ricco di manifestazioni intellettuali, da quelle allineate al regime a quelle diametralmente opposte.All’interno dell’ambiente culturale comincia un’aspra battaglia per la supremazia dell’opinione fascista, che tenta in tutti i modi di escludere ogni forma di dissenso a cominciare dalla carta stampata. Ma anche all’interno dello stesso ambiente fascista esistono contrasti e divergenze di opinione. E’ il caso, ad esempio, de “Il Bargello” settimanale edito dalla Federazione Fascista di Firenze, dove i giornalisti e gli intellettuali che prestavano la propria firma, manifestano evidenti intenzioni di autonomia, in nome della cultura popolare e della rinascita dei principi sociali e socialisti del primo movimento fascista. Molti rimproverano a Mussolini il mutamento che ha voluto imprimere al movimento, inimicandosi non poche prestigiose personalità del mondo culturale italiano e non solo. “Il Bargello” e “L’Universale” sono casi emblematici: pur essendo pubblicazioni marcatamente fasciste sono fra i primi a denunciare la direzione definita di “imborghesimento” verso la quale stava andando il partito fascista e, di conseguenza, l’intero paese. Direzione incarnata dai principi espressi dal filosofo del regime, Giovanni Gentile, che appare troppo legato a vecchi e anacronistici ideali liberali. Intellettuali e giornalisti, dalle pagine di giornali come “Il Bargello”, “L’Universale” e altri, vogliono richiamare il duce a quelli che erano stati i motivi ispiratori del socialismo rivoluzionario pre-fascista, che si sarebbero persi nel turbine degli eventi, per ritornare poi durante gli ultimi mesi della Repubblica Sociale. Un esempio per tutti, il decreto sulla “socializzazione dell’industria” che Mussolini affida al ministro Angelo Tarchi (il “programma Tarchi” appunto) che non sortisce l’effetto sperato. Tutto questo ha un origine, o meglio, una base sociale, che va cercata nelle condizioni del paese nell’immediato primo dopoguerra e nelle aspirazioni di tutti coloro che, dopo aver combattuto fra gli orrori e la carneficina della trincea, si sono trovati in un’Italia preda di miseria, disoccupazione, inflazione, di fronte ad una ristretta oligarchia che invece dalla guerra aveva tratto enormi profitti e accumulato cospicui patrimoni. Una situazione simile a quella tedesca, dove però le conseguenze si manifestano in altro modo.I circoli intellettuali che si raccolgono intorno a “Il Bargello”, “L’Universale”, “Il Selvaggio”, diventano quindi etichettati come “la sinistra fascista” che fanno della polemica anticapitalista e delle aspirazioni indipendentiste dei quadri popolari rispetto alla èlite del movimento, il proprio motivo conduttore, prendendo le distanze da altre testate come “Solaria” che tende invece a mantenere separati il mondo della cultura dall’agone della politica. A monte di tutto questo, tuttavia, i legami fra “Solaria” e “Il Bargello” esistono su diversi terreni, primo fra tutti l’interesse per la cultura e la divulgazione del romanzo.Fra il 1933 e il ’34, il celebre Elio Vittorini, collaboratore de “Il Bargello”, proprio su “Solaria” pubblica “Il garofano rosso”, suo primo romanzo, poi censurato dai guardiani della propaganda di regime, non tanto perché racconta di un giovane rampollo della classe borghese che, disprezzando le proprie origini sociali, vuole avvicinarsi al mondo dei lavoratori e ne viene respinto proprio in quanto esponente della borghesia, ma perché la vicenda è inserita storicamente nel periodo del disgregarsi dello stato liberale, che il protagonista esprime in modo decisamente antiborghese e tutt’altro che “eroico” come prescrivevano i canoni del regime. Dalla sinistra fascista, poi, Vittorini si distacca quando Mussolini sostiene apertamente le aspirazioni rivoluzionarie del generale Franco in Spagna, manifestando in “Conversazioni in Sicilia” (1938) il disprezzo nei confronti di ogni discriminazione sociale e dell’oppressone del potere politico. E’ questo romanzo espressione piena del Realismo letterario degli anni Trenta, e modello per molte trame di futuri romanzi, fra cui l’ironico “Don Giovanni in Sicilia” (1941) di Vitaliano Brancati, altro personaggio proveniente dagli ambienti della destra del primo dopoguerra, i cui ideali erano incarnati da forti personalità come quella di Gabriele D’Annunzio, e in seguito divenuto antifascista.Tema che esprime il Realismo degli anni Trenta è anche il romanzo “Tre Operai”, che Carlo Ternari riesce a pubblicare nel 1934 fra le molte difficoltà poste dalla censura, per la quale già il titolo stesso del testo significava favorire manifestamente il proletariato del Sud Italia che avversava l’èlite del regime, e un impegno politico e sociale contrario all’ideologia fascista, nello scenario storico dell’occupazione delle fabbriche durante gli anni Venti. Allo stesso modo, il Realismo letterario si manifesta con Ignazio Silone e “Fontamara” considerato un vero e proprio manifesto stilistico e fotografico di quel meridione immerso nella propria drammaticità, caratterizzata da una rigida differenza di classe. La vicenda di “Fontamara” è emblematica: scritto durante l’esilio, nel 1930, per mostrare al mondo la condizione in cui il regime si ostinava a tenere le classi meno abbienti, non può essere pubblicato dall’editore tedesco Fisher che ne era interessato a causa dell’avvento di Hitler. E’ pubblicato a Zurigo nel 1933 e l’anno seguente, a spese dello stesso Silone (per le manifeste simpatie comuniste esiliato e contrastato dal regime molto più di Vittorini, Brancati, Pavese, Moravia, in realtà tollerati), che lo fa stampare in una tipografia di esuli italiani a Parigi, entra clandestinamente in Italia e solo dopo la guerra, nel 1949, Mondadori ne acquista i diritti parziali. Si deve però attendere il 1958 per la prima edizione definitiva.Non è certo un segreto che, come maestro di narrativa e stile, i vari intellettuali del Realismo degli anni Trenta abbiano unanimemente considerato Verga e “I Malavoglia”, specie in riferimento alla scelta di ambientare le proprie trame nella povertà del Mezzogiorno d’Italia. Soprattutto Silone, che ha ricoperto cariche di primo livello nella dirigenza comunista dell’epoca, prima di distaccarsi dalla sinistra in seguito alle purghe

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GIORNALISMO E SERVIZI SEGRETI

GIORNALISMO E SERVIZI SEGRETI Le organizzazioni preposte alla ricerca dell’informazione, elemento base del controllo e della gestione del potere in qualunque paese, non hanno mai esitato sulla scelta dei mezzi per ottenere lo scopo. Di Roberto Roggero Molti secoli fa il celebre Niccolò Macchiavelli l’aveva scritto: “il fine giustifica i mezzi”, parlando della politica spregiudicata dei signori e principi del tempo. Cambiano abiti, abitudini, mode, scienze (la cui specifica applicazione nel campo dei servizi segreti oggi ha raggiunto una tecnologia sorprendente), ma il metodo di base rimane pressoché invariato. In Italia, il servizio segreto del Regno nasce ufficialmente nel 1866, cinque anni dopo l’unificazione, e da subito assume quelle caratteristiche che lo avrebbero distinto: origini oscure e difficilmente rintracciabili, esercizio assolutamente riservato e per questo con una componente di sventatezza e azzardo sorprendenti, numero dei componenti segreto, gli stessi agenti immersi nel più misterioso anonimato, gerarchia e struttura di comunicazione interna sconosciute, sospette implicazioni con alcune logge massoniche.Certo, in tutti i servizi di informazione del mondo la trasparenza è vocabolo sconosciuto, ma in Italia questo è particolarmente sentito e inoltre garantisce impunibilità e non perseguibilità di alcun reato, se compiuto nell’esercizio del dovere. I servizi segreti hanno lo scopo di proteggere la sicurezza interna ed esterna del paese, ma nella maggior parte dei casi diventano lo strumento per il mantenimento del potere da parte della parte politica al governo, qualunque sia il nome o la sigla che li indichi.La storia ci ha poi ampiamente dimostrato come, oltre alle rivalità fra i servizi segreti di vari paesi, esistono discordie, competizioni e deviazioni anche all’interno dei servizi di un qualunque paese. Le trame oscure e le iniziative deviate di un servizio informazioni, nascono nel momento stesso della sua creazione.L’Italia repubblicana ha visto la nascita del servizio informazioni segreto, ufficialmente, il 1° settembre 1949, prendendo spunto da quello che era stato il SIM (Servizio Informazioni Militari) dell’esercito durante l’ultima guerra mondiale. Il nuovo nome è SIFAR o Servizio Informazioni Forze Armate che, da subito, appare caratterizzato da alcune anomalie: la sua fondazione non si deve ad alcun decreto parlamentare, nessun dibattito di governo, nessun particolare procedimento, appare come da nulla, in seguito a una circolare emanata dall’onorevole Randolfo Pacciardi del Partito Repubblicano, che all’epoca è ministro della Difesa. Circa tre anni dopo la dichiarazione ufficiale della fondazione della Repubblica Italiana, e non a caso: tale periodo era stato necessario per allontanare, elegantemente ma con la dovuta decisione, ogni pericolosa influenza della sinistra nell’esercizio di governo, e quindi aderire senza intoppi al Patto atlantico e alla NATO. Alla direzione del SIFAR è posto il generale Carlo Del Re, non dichiaratamente ma di fatto in stretti rapporti con il plenipotenziario della CIA americana in Italia, Carmel Offie. Nel 1951 il generale Del Re viene sostituito dal parigrado Umberto Broccoli, l’uomo al quale pare risalga la intricata e tormentata vicenda del caso “Gladio”, sostituito dopo circa un anno dal generale Ettore Musco, fondatore, nel ’47, della Armata Italiana per la Libertà, una ristretta cerchia di ufficiali superiori delle Forze Armate, finanziata da Washington. Ettore Musco, proprio con i finanziamenti della CIA, avrebbe infatti acquistato la tenuta di Capo Marrargiu, in Sardegna, che sarebbe diventata il centro nevralgico della vicenda “Gladio”. Il caso “Gladio” è forse il più clamoroso scandalo dei servizi segreti che sia venuto alla luce, insieme al caso Moro. Il periodo della Guerra Fredda ha costretto l’Italia come molti altri paesi a dotarsi di strutture adatte alla difesa della propria sicurezza e dei confini, in particolare quelli orientali, paradossalmente esposti ad una infiltrazione, se non a una vera e propria invasione, di forze sovietiche o di quello che veniva chiamato “blocco comunista”. Accordi in tal senso sono quindi avvenuti fra i nostri servizi segreti e quelli americani, che hanno garantito la assoluta segretezza dell’operazione, nascosta anche e soprattutto alla maggior parte dei membri del governo, e soprattutto in grado di passare incolume attraverso i numerosi mutamenti sociali, politici, economici, accaduti in Italia.“Gladio” era una organizzazione segreta e armata, composta non solo da militari ma anche da molti civili, fra cui liberi professionisti, avvocati, giornalisti diversi dei quali iscritti alla Massoneria, i cui vertici si riunivano periodicamente in quella base segreta in Sardegna che nel 1990 è scoperta dopo una indagine condotta dal magistrato Felice Casson, che aveva preso spunto da alcune rivelazioni su depistaggi operati da Carabinieri circa la strage di Peteano, provincia di Gorizia. A Peteano, una telefonata anonima denuncia la presenza di un’auto sospetta con due fori di proiettile sul parabrezza. Una pattuglia arriva sul luogo e, durante l’ispezione, i Carabinieri esaminano la Fiat 500, solo che nell’aprire il cofano della vettura, non si avvedono del collegamento a strappo con un potente ordigno esplosivo che uccide all’istante il brigadiere Antonio Ferraro, i militi Franco Dongiovanni e Donato Poveruomo e ferisce gravemente il tenente Francesco Speziale e il brigadiere Giuseppe Zazzaro.L’inchiesta di cui è titolare il giudice Casson rivela una intricata vicenda di informatori, depistaggi, trame segrete e servizi d’informazione deviati, frammisti a elementi neofascisti convinti di lottare contro l’idea del nuovo comunismo. Dopo non molto tempo, un certo Vincenzo Vinciguerra, noto pregiudicato appartenente alle frange del terrorismo neofascista, si accusa dell’attentato, è processato e condannato all’ergastolo con una sentenza passata in giudicato. In carcere, Vinciguerra decide poi di collaborare con la giustizia ricostruendo la tela dell’organizzazione del terrorismo di destra di questo difficile periodo storico.Pezzo dopo pezzo, il puzzle comincia a formarsi, finchè si giunge alla scoperta di alcuni depositi di armi, munizioni, esplosivi gestiti da agenti del SISMI (Servizio Segreto Informazioni Militari) e alle rivelazioni dell’allora presidente del Consiglio on.Giulio Andreotti, le cui dichiarazioni, come si può ben immaginare, causano un vero e proprio terremoto nei palazzi del potere. Il quadro completo non si ha nemmeno oggi, ma è ormai provato che “Gladio” era un’organizzazione nata con il nome “Stay Behind” (stare dietro) nel 1956, sviluppata da una prima formazione esistente nel ’51, voluta tramite accordi fra vari servizi segreti e al di fuori di ogni canone democratico vigente. Nel

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LA DIVISIONE “SS ITALIEN”

LA DIVISIONE “SS ITALIEN” Dopo l’8 settembre, viene formato un reparto scelto voluto da Mussolini, che pronuncia il giuramento di fedeltà non al duce, ma al Fuhrer e al capo delle SS Himmler. Di Roberto Roggero “Davanti a Dio pronuncio questo sacro giuramento: nella lotta per la mia Patria italiana contro i suoi nemici, sarò assolutamente fedele e obbediente ad Adolf Hitler, supremo comandante dell’esercito tedesco e delle SS e, come soldato valoroso, sarò pronto in ogni momento, a dare la mia vita per questo giuramento”. Con queste parole il soldato delle SS italiane si poneva anima e corpo al servizio del Fuhrer e del capo delle SS Himmler, escludendo di fatto ogni autorità di Mussolini, che pur aveva perorato la necessità di formare un reparto scelto e votato al sacrificio, secondo gli stessi principi del corpo in nero tedesco, fin dal primo giorni in cui era giunto in Germania, dopo essere stato liberato dalla prigione del Gran Sasso il 12 settembre 1943 grazie all’operazione Eiche portata a termine dai commandos paracadutisti agli ordini del celebre Otto Skorzeny, anche se dal 9 settembre una formazione di Camicie Nere è inquadrata nelle SS tedesche della guarnigione di presidio a Praga.All’incontro con Hitler avvenuto a Rastenburg, presso il quartier generale della Prussia orientale, la “tana del lupo”, Mussolini ottiene da Hitler il benestare per attuare il progetto e il Reichsfuhrer-SS Himmler viene incaricato di portarlo a compimento.Ufficialmente, la costituzione delle SS italiane avviene con il Decreto 446 del 30 giugno 1944, e riguarda circa 20mila uomini, che formano un corpo indipendente dalle forze armate della Repubblica Sociale.Il primo comandante della nuova formazione è il Brigaderfuhrer-SS Peter Hansen, che faceva capo al generale Karl Wolff, responsabile delle SS e della polizia tedesca in Italia con il titolo di HSSPF, ovvero Hohere-SS und Polizei Fuhrer, titolo che dava l’opportunità a chi lo portava, di comunicare direttamente con Himmler senza intermediari. Le SS italiane vengono quindi inquadrate al comando di ufficiali tedeschi, con ordini comunicati in tedesco e con gradi tedeschi, inizialmente con mostrine rosse e in seguito, solo per alcuni reparti, nere. Sui berretti e gli elmetti portavano il teschio in argento e le due lettere runiche stilizzate. Come distinzione particolare portavano l’aquila romana su fascio littorio e, verso la fine del 1944, il simbolo delle tre frecce incrociate racchiuse in un cerchio, applicato alla mostrina destra. Teschio con tibie incrociate e SS runiche anche sulla fibbia del cinturone.Gran parte dei soldati si arruolano volontariamente, ma non pochi sono stati gli arruolamenti forzati, specialmente fra i prigionieri dei campi in Germania ai quali veniva imposto “o con noi o al muro”. E al muro finirono in molti, come tragica conseguenza di tentativi di diserzione e quindi tradimento al sacro principio “il mio onore si chiama fedeltà”. Le diserzioni avvenivamo dai centri di reclutamento e addestramento in Germania (nei quali le SS italiane venivano preparate alla guerra antipartigiana) dove la disciplina era decisamente ferrea, fatto approvato e sottoscritto da Mussolini e dal ministro della Giustizia Pisenti, con un decreto ufficiale che sanciva la pena di morte per renitenti e disertori.Già dal 9 settembre ’43, il giorno dopo la diffusione della notizia dell’armistizio, tre battaglioni di Camicie Nere, al comando del console Paolo De Maria, entrano volontariamente nei quadri delle SS nella città di Praga proprio in seguito alla notizia della firma di Cassibile, per proseguire la guerra al fianco dell’alleato tedesco. Non sono, d’altra parte, i primi volontari non tedeschi a combattere sotto la bandiera del Reich: esistevano infatti molte formazioni straniere già inserite nelle Waffen-SS, e gli italiani vengono accolti con la denominazione di “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”. Diverse sono le denominazioni per i reparti di SS italiane: dopo la “Milizia Armata Italiana Waffen-SS”, si passa alla “1a Brigata d’Assalto Legione SS-Italien” poi, il 27 aprile 1944, il corpo assume ufficialmente il nome di “1a Brigata Italiana SS-Grenadieren”, fino al definitivo appellativo di 29a Divisione Waffen-SS Karstjager Italien assunto il 9 marzo 1945. Dal primo nucleo di volontari, il reparto si sviluppa poi in due gruppi principali: quello di base al campo di addestramento di Muzingen e il Battaglione “Debica” di stanza in Polonia e inquadrato come reparto divisionale di fucilieri assaltatori ed esploratori. Gli ufficiali sono invece destinati alle scuole di Toz, e Klagenfort dove i corsi di addestramento sono particolarmente duri e dove non veniva riconosciuto alcun privilegio o grado precedentemente ottenuto. Terminato l’addestramento, le SS italiane arrivano in patria, nel territorio controllato dalla RSI. Sono complessivamente 13.370 inquadrati in tre reggimenti formati da 14 battaglioni a loro volta suddivisi in compagnie autonome. I tre reggimenti sono due di fanteria e uno di artiglieria formato da due gruppi da combattimento. Il comandante della formazione, che raggiunge l’effettivo di una divisione, è il generale delle SS Peter Hansen, sostituito poi nell’ottobre 1943 dallo Standartenfuhrer-SS Lombard fino al dicembre successivo, quindi ancora da Hansen e infine dallo Standartenfuhrer-SS von Hendeman. Il posto di comando è situato all’hotel Campana di Pinerolo. Il primo reggimento fanteria è posto al comando del colonnello Degli Oddi, il secondo è affidato al colonnello Celebrano, mentre quello di artiglieria al maggiore Carlo Pace.Le SS italiane sono impegnate in battaglia particolarmente durante il periodo marzo-aprile 1944 sul fronte di Anzio e Nettuno, dove combattono con accanimento il secondo battaglione del reggimento (colonnello Degli Oddi) e il battaglione “Debica” e dove, su un totale di 650 uomini, circa la metà rimane uccisa. Il comportamento in questa occasione è riconosciuto dalla medaglia d’argento al Valor Militare. Parte della divisione SS-Italien è poi impiegata in Austria con i resti della divisione Waffen-SS Prinz Eugen contro l’8a armata britannica. Per il resto il reparto è impiegato prevalentemente in operazioni di polizia e di contrasto ai partigiani nel nord Italia, ad esempio il battaglione Cacciatori del Carso, dove la guerra si combatteva in modo altrettanto drammatico e senza esclusione di colpi. Molte le testimonianze sulla spietatezza delle SS italiane, che usavano non fare prigionieri, e della risposta altrettanto feroce dei partigiani, nei drammatici giorni verso

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FRANCOBOLLI DI SPIONAGGIO

FRANCOBOLLI DI SPIONAGGIO La guerra segreta si combatte anche sul fronte dei valori postali. Di Roberto Roggero Fra i molti aspetti dello spionaggio e della guerra nell’ombra, oltre alle operazioni di commandos e squadre di sabotatori o agenti infiltrati, i paesi belligeranti si combattono anche con la stampa di valori postali appositamente falsificati per alimentare i contrasti e le rivalità interne.I cosiddetti “francobolli di spionaggio” sono infatti stampati da un paese e riproducono valori regolarmente emessi e circolanti in un altro. Il loro impiego è relativo a operazioni segrete, propagandistiche, oppure per comunicare un determinato messaggio, o ancora per identificare la fonte delle lettere. In pratica, la filatelia usata come mezzo di guerra psicologica.In particolare, gli alleati fanno largo uso di francobolli contraffatti: i servizi segreti americani, cioè l’OSS, stampano clandestinamente a Roma un francobollo che riproduce il teschio di Hitler. L’Inghilterra stampa un falso con l’effige del capo delle SS Himmler indicandolo come presidente della nazione germanica con l’obiettivo di scatenare una rivalità intestina con Hitler. Anche la Germania, a sua volta, stampa francobolli, nel 1944, destinati alla Gran Bretagna, con l’effige di Stalin al posto del re Giorgio VI, accompagnata da slogan di chiaro significato.L’idea non è una novità del secondo conflitto mondiale. Già durante la guerra del 1914-’18, erano in circolazione i francobolli di spionaggio, che costituiscono un vero e proprio tesoro per il collezionisti. Senza contare il fatto che tale mercato alimenta a sua volta il mercato dei falsi, come il celebre “Karissimbi”, che gli storici hanno accertato essere un’abile imitazione della serie tedesca dell’epoca, ma con dimensioni maggiori e soprattutto con una sovrastampa mai esistita.Tornando alla seconda guerra mondiale, i francobolli contraffatti sono molto usati dalla Resistenza francese per assicurare l’identità della corrispondenza segreta. Com’è noto, lo spionaggio in Francia durante l’occupazione tedesca era molto attivo da entrambe le parti in gioco, con l’aggiunta della peculiarità dell’esistenza della Zona Libera di Vichy fino al 1942. Dato il grande rischio rappresentato dal collaborazionismo, per chi militava nella Resistenza era sempre molto difficile sapere se chi si definiva “amico” era sincero oppure in realtà praticava il doppio gioco, spalleggiato dalla capillare e potente organizzazione del controspionaggio nazista, l’SD o la Gestapo, oppure dalla tristemente celebre Gestapo francese, i cui agenti erano più pericolosi dei tedeschi e, naturalmente, ben più odiati dai patrioti.Il pericolo per le formazioni della Resistenza, era inoltre rappresentato dalla presenza degli agenti segreti alleati, in particolare i britannici dell’SOE, di solito più ingenui di fronte ad un messaggio che magari segnalava di trovarsi in un punto prestabilito per far saltare un ponte, dove ad attendere lo sfortunato vi era poi un plotone di SS. Non pochi sono stati catturati in questo modo.Quando il numero degli agenti arrestati diventa insostenibile, a Londra si decide di adottare misure drastiche e fra le molte proposte, quella di adottare particolari francobolli postali per le comunicazioni, a modello di quelli che già l’Inghilterra aveva stampato nella prima guerra mondiale per fare circolare in Germania materiale di propaganda anti-tedesca utilizzando appositamente francobolli contraffatti in quanto qualsiasi grosso acquisto da un ufficio postale tedesco avrebbe fatto sorgere dei sospetti.Se aveva funzionato una volta, poteva funzionare anche la seconda, con i valori postali francesi stampati dall’Atélier de Faux “Défense de la France” su disposizione del generale Koening, capo del FFI (Forces Francaises de l’Intérieur,la Resistenza organizzata), e in tal modo le comunicazioni fra i “Maquis” e gli agenti alleati sarebbero state sicure. Il servizio postale francese avrebbe recapitato le lettere in mezzo a numerose altre, e proprio sotto il naso dei tedeschi.Ogni esemplare avrebbe avuto differenze quasi impercettibili rispetto all’originale, mentre se il valore postale era autentico, poteva essere un chiaro segno indicante una trappola tesa dai tedeschi. Poche persone, in Inghilterra, erano informate sui particolari di questa operazione: i pacchi di francobolli erano paracadutati con armi e rifornimenti, che i partigiani francesi dovevano raccogliere in zone prestabilite.E’ uno dei segreti meglio custoditi dell’intero conflitto, che i servizi di controspionaggio nazisti non riescono a penetrare, nonostante il massimo sforzo nel tentativo di spiegare perché le trappole messe a punto con tanta perizia non producevano, da un certo momento in avanti, i risultati che avevano sempre portato. Inoltre, non riescono a venire a capo del mistero sulle comunicazioni interne fra le numerose formazioni partigiane. L’SD aveva certo cura nell’intercettare la posta delle persone sospettate di appartenere alla Resistenza, ma molte di queste riescono a sfuggire alla Gestapo proprio grazie alle comunicazioni organizzate con i francobolli contraffatti stampati in Inghilterra stampati per conto del servizio segreto dalla tipografia “Waterlow & Son”.Oggi gli esemplari usati di tali francobolli sono estremamente rari e ricercati dai collezionisti, poiché i partigiani naturalmente avevano buona cura di distruggere, bruciandole, le buste e le lettere. Sorprende comunque, come le acute menti dello spionaggio nazista non siano giunte alla scoperta del mistero, ma i paradossi storici non sono pochi. Quello dei francobolli è uno dei tanti. Fra i più sorprendenti il mistero del dove e quando gli alleati sarebbero sbarcati in Francia: se il Passo di Calais era il punto dove i tedeschi davano per certo lo sbarco, era ovvio che gli alleato scegliessero un altro obiettivo.Alcuni esempi di francobolli contraffatti sono i 50 centesimi dove l’occhio del maresciallo Pètain nell’originale è stampato senza palpebra, mentre in quello falsificato è stampato con una sottile linea bianca.Allo stesso modo, il francobollo rosso-rosa da 1 franco che nella versione originale riporta il nome dell’artista Le Magny con i caratteri di uguale dimensione mentre nella “versione spionaggio” ha le lettere “M” e “y” leggermente più piccole.Al termine della guerra rimangono notevoli scorte che dovevano essere distrutte ma non lo furono, e sono oggi materiale pregiato per i collezionisti.Non solo in Francia, ma anche nell’Olanda occupata circolano i francobolli contraffatti in Inghilterra, specialmente della serie originale stampata nel 1935 del valore di 1,50 centesimi “modello Gabbiano”, rimessi in circolazione dopo l’occupazione tedesca del 1940. Il falso britannico ha la dentellatura appena diversa e manca la filigrana. Alcuni storici sono dell’opinione che la produzione del

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LA Xa MAS e ISRAELE

LA Xa MAS e ISRAELE Di Dave Poz Il 14 maggio 1948 l’Inghilterra annuncio’ al mondo che il mandato assegnatole dalla Società della Nazioni sulla Palestina era da considerarsi concluso.Come sappiamo, ciò porto disgraziatamente alla costituzione dello stato di Israele, che fu annunciata il giorno stesso da David Ben Gurion . Fu il giorno dopo che si può datare l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, in cui tutti i paesi arabi confinanti si schierarono contro il neonato stato ebraico. I due schieramenti erano accomunati dalla carenza di moderni armamenti , mentre, a seconda guerra mondiale appena finita, in Europa il mercato rigurgitava di armi. Non fu quindi difficile per le parti iniziare ad approvvigionarsi di armi sia per impiego terrestre, che aeronautico, ma anche navale.L’Italia, sottoposta dal trattato di Parigi del 1947, quale nazione sconfitta, a clausole militari molto restrittive, stava smantellando e dismettendo molte infrastrutture militari e i relativi armamenti. Apparve quindi ai contendenti come un’occasione ideale e a portata di mano per approvvigionarsi.Agli israeliani parve soprattutto un fornitore adatto per procurarsi mezzi e know how per la loro nascente Marina, in realtà non ancora costituita. Gli uomini d’affari israeliani si dettero da fare ad ampio raggio per gli acquisti in questo settore, e un certo capitano Zeev Hajam individuo’ la Cantieri Baglietto di Varazze come fornitore di mezzi veloci di superficie. La CABI, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva prodotto gli MTM, motoscafi da turismo modificati, i barchini esplosivi della X MAS, imbarcazioni di legno lunghe poco più di 6 m e larghe m 1,70, in grado di raggiungere le 31 miglia di velocità con un solo uomo di equipaggio .L ‘attacco di questi mezzi alle navi nemiche si sarebbe svolto come segue: dopo aver bloccato i comandi, il pilota avrebbe lanciato il mezzo contro la nave, eiettandosi con un canottino. I 300 kg di esplosivo contenuti nella prua del motoscafo non sarebbero deflagrati subito in un impatto, ma dopo che una serie di piccole cariche poste attorno allo scafo avessero fatto staccare la sezione prodiera, che si sarebbe immersa , per dirigere sott’acqua a una profondità prestabilita, contro la carena dell’obiettivo, esplodendo grazie a un dispositivo pressostatico. All’acquirente israeliano parvero subito i mezzi più adatti alla loro nascente arma navale e gliene furono consegnati sei.A quel punto però si trattava di trovare chi poteva istruire all’uso ! Ed ecco presentarsi la figura di Fiorenzo Capriotti. Appartenuto alla Xa MAS, aveva pilotato un barchino simile nella sfortunata impresa del luglio 1941 a Malta. Fatto prigioniero dagli inglesi, era stato rimpatriato nel 1948, giusto in tempo per essere avvicinato da un certo comandate Calosi, da lui conosciuto negli anni bellici. Calosi era in quel momento comandante del Servizio Informazioni Segreto della Marina, e propose a Capriotti “ un certo lavoretto”. Siamo agli inizi della poi mai cessata cooperazione Italo-Israeliana, per cui la proposta venne svelata appieno dopo un certo periodo di incubazione, anche perché Capriotti non aveva fatto mistero delle sue trascorse idee di fedelta’ al regime fascista e ci si voleva accertare delle sue intenzioni. Ma, si sa, i sionisti compensavano assai profumatamente chi collaborava…e il doppio dello stipendio che percepiva in Marina fini’ per convincere Capriotti. La collaborazione con Israele per addestrarne il personale doveva durare 5 anni, durante i quali, come ebbe poi a dichiarare “…organizzai una Xa migliore di quella italiana! ” A Capriotti furono fornite false generalità ed entro’ in Israele col nome piuttosto misterioso di Mr Katz, ebreo rumeno.B.10 fu la designazione del primo gruppo di assalto istraeliano che addestro’, ma non fu un lavoro da poco, visto che si dovettero allestire prima i mezzi avvicinatori e che per segretezza l’istruzione ebbe luogo non in mare ma sul lago di Tiberiade. Infine, per non fare dei piloti dei barchini che si sarebbero eiettati dei sicuri kamikaze, visto che quasi certamente sarebbero caduti in mani arabe, si pensò, in azioni notturne, di dotarli di un elmetto con faro infrarosso, in modo che un motoscafo disarmato, dotato di binocoli infrarossi, sarebbe passato a recuperarli dopo l’azione. Il 22 ottobre 1948, davanti a Gaza, ebbe luogo la prima azione di guerra, che vide come vittima dei barchini israeliani l’ammiraglia egiziana Emir El Farouk e una corvetta di scorta. L’operazione si rivelo’ un successo pieno, a Capriotti tuttavia fu negata la partecipazione. L’eccellenza italiana nel campo dell’assalto subacqueo e con mezzi leggeri era rimasta leggendaria, e sottufficiali e ufficiali di quelle nostre specialità continuarono a ricevere profferte in modo più o meno discreto, con compensi cospicui da parte di Israele, ma anche di altre nazioni, per quanto se ne sa, anche ad anni ’80 inoltrati.

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