Perché non siamo più tornati sulla Luna
Il 7 dicembre 1972, più di mezzo secolo fa, partiva dal centro spaziale di Cape Canaveral, in Florida, mediante un vettore Saturn V, la missione lunare Apollo 17, con il modulo di comando Casper ed il veicolo di allunaggio Orion; l’equipaggio era composto dagli astronauti Eugen Cernan, Ronald Evans e Harrison Schmitt; le successive missioni Apollo 18, 19 e 20, che avrebbero dovuto completare il programma nel 1972, erano già state cancellate con una decisione presa nel 1970.
Naturalmente, la prima domanda che ci si pone è come mai per mezzo secolo queste missioni, indubbiamente di rilevanza epocale, non si siano più ripetute. Compresa l’Apollo 11 del 1969, gli allunaggi con equipaggio umano erano stati sei, ogni volta con la discesa sul suolo del satellite da parte di due astronauti. La successiva domanda, conseguente alla prima, è perché quest’esperienza non sia stata poi ripresa, in considerazione del fatto che in questo mezzo secolo i sistemi di propulsione spaziale hanno compiuto innegabili progressi.
Queste considerazioni avevano portato acqua al mulino della teoria cospirazionista secondo la quale in realtà il programma Apollo sarebbe stato solo una colossale messinscena. Non è qui il caso di approfondire questo tema: vi furono diversi sostenitori dell’”imbroglio dell’allunaggio” e a fianco di teorie alquanto fantasiose ce ne furono alcune che si basavano su una foto, effettivamente ripresa in studio per motivi promozionali, che per errore era finita tra quelle allegate ai comunicati stampa della NASA sull’allunaggio; ci furono poi alcune altre foto che effettivamente erano state ritoccate per migliorarne il contrasto (sulla Luna la diffusione della Luce è differente da quella terrestre, a causa della mancanza di atmosfera). La tesi della macchinazione fu poi definitivamente smontata quando furono disponibili immagini ottenute da telescopi di varia natura, a terra, in orbita o a bordo di sonde lunari, nelle quali si vedevano i luoghi nei quali erano avvenuti gli allunaggi.
Per rispondere alla domanda sui motivi per i quali i programmi lunari con equipaggio umano si fossero bruscamente interrotti, bisogno prima chiedersi il perché si fosse andati sulla Luna. Questa domanda in realtà è retorica: siamo andati sulla Luna per lo stesso motivo per il quale Cristoforo Colombo attraversò l’Oceano Atlantico che è poi lo stesso per il quale i primi uomini dalle regioni dell’attuale Kenya erano risaliti circa 125.000 anni fa verso il Medio Oriente e quindi l’Europa: non soltanto per scoprire cosa ci fosse in quelle lande sconosciute ma anche e soprattutto per trovare qualcosa di utile alla propria sopravvivenza.
Nel caso della corsa alla Luna (per inciso, incontestabilmente vinta dagli americani, visto che ad oggi nessun astronauta di differente nazionalità ha portato a termine quest’impresa) non si può prescindere dalla situazione politica e strategica di quegli anni: era in atto la Guerra Fredda, con il confronto tra Oriente e Occidente che stava alimentando il lungo e feroce conflitto nel Vietnam e i due blocchi contrapposti, capeggiati da Washington e Mosca, lottavano, tra le altre cose, per il primato nella corsa allo spazio. Tutte le prime tappe erano state vinte dall’URSS. Dopo un primato durato fino agli ultimi anni ’60, i sovietici non erano stati in grado di andare oltre le loro capsule Soyuz e i vettori dalla grande affidabilità tecnica ma ancora basati sul vecchio missile balistico intercontinentale R-7 sviluppato durante il mandato di Nikita Kruscev negli anni ’50; il tentativo di creare qualcosa di comparabile con l’americano Saturn avrebbe richiesto ancora un paio di decenni.
Gli uomini della NASA, quindi, non erano animati solo dallo spirito che Dante Alighieri aveva sintetizzato nel famoso verso “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza ” ma vi erano state anche delle altre molle. Certamente, per coloro che ebbero un ruolo primario nello sviluppo della soluzione, alquanto complessa, del progetto Saturn/Apollo, lo spirito di ricerca e la sete di conoscenza svolsero un ruolo determinante che ci piace sintetizzare con un episodio che ci rivelò Werner von Braun, considerato uno dei padri della missilistica moderna e del suo impiego nella ricerca spaziale: quello che è stato ricordato come “il gesto del cappello oltre il muro”. Quand’era bambino, il “papà del Saturn” era combattuto, come tutti i suoi coetanei, dalla contrapposizione tra la curiosità e la paura dell’ignoto. Per vincere questa paura e scoprire cosa ci fosse dall’altra parte di un muro che fiancheggiava il marciapiede che percorreva per andare a scuola, gettò al di là di esso il suo berretto per poi costringersi a scavalcare, in un modo o nell’altro, il muro e andarselo a riprendere.
La NASA, però, non aveva solo l’obiettivo di recuperare il metaforico cappello di Werner: i vertici americani avevano considerato il fatto che la superficie lunare sarebbe potuta diventare una base ideale per scrutare, con potenti telescopi, la Terra. Dai telescopi ai missili strategici con testate nucleari il passo sarebbe stato breve: una base di lancio sulla Luna sarebbe stata pressoché invunerabile ed un missile lanciato a velocità ipersonica avrebbe potuto colpire qualsiasi punto del nostro pianeta e le possibilità di intercettarlo con i sistemi antimissile embrionali dell’epoca sarebbero state praticamente nulle.
Tuttavia, tutto ciò aveva avuto fino a quel momento un costo enorme e sarebbe stato difficile giustificare con il “taxpayer” che quella montagna di dollari spesa per poter dire di aver portato 12 uomini sulla Luna (Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Pete Conrad, Alan Bea, Alan Shepard, Edgar Mitchell, David Scott, James Irwin, John Young, Charles Duke, Eugene Cernan, Harrison Schmitt) ed averli fatti rientrare con 380 kg di campioni di suolo lunare, fosse realmente servita a qualcosa di concreto.
Il mondo stava cambiando e uno dei cavalli di battaglia della NASA (il “fall-out benefico” delle tecnologie sviluppate per l’astronautica sulla vita quotidiana) stava diventando sempre meno credibile. Le guerre in corso stavano mettendo in difficoltà i bilanci di molti stati e la contrapposizione tra una parte consistente del Medio Oriente arabo/islamico e Isreale aveva determinato nel 1956, nel 1967 e nel 1973 la consapevolezza di quanto fosse facile l’interruzione nei flussi di petrolio, con conseguenti crisi energetiche.
Si deve ancora aggiungere che gli stessi progressi tecnologici che avevano consentito di raggiungere la Luna erano stati sufficienti a creare efficienti satelliti da osservazione e, di fronte ai problemi della finanza mondiale, sarebbe stato molto più semplice e conveniente continuare a basare a terra i missili balistici intercontinentali. Oltre tutto, nel 1960 la popolazione del pianeta non arrivava a toccare i tre miliardi di abitanti ma già all’inizio degli anni ’70 superava i tre miliardi e mezzo per poi andare oltre i quattro nel 1975.
In questi numeri e nel fatto che l’opinione pubblica, passato l’entusiasmo iniziale, non trovava più giustificazione per quest’impegno di risorse, venne meno anche il consenso politico. Il presidente Kennedy, ucciso nel 1963, aveva promesso che avrebbe portato l’uomo sulla Luna e i suoi successori avevano portato a termine questo impegno. Dopo i primi allunaggi, l’interesse si spostò su altre priorità che per gli Stati Uniti erano come uscire dal pantano vietnamita e per l’URSS erano come conciliare le risorse finanziarie dello stato con i crescenti bisogni della popolazione. Infatti, anche in URSS, a parte la continua attività delle capsule Soyuz a livello orbitale, tutti i programmi più ambiziosi naufragarono.
Con i sovietici fuori dalla gara e i cinesi non ancora competitivi, gli stanziamenti a favore della NASA hanno subito una contrazione ed oggi buona parte delle attività spaziali è appannaggio di compagnie private che gestiscono le reti satellitari necessarie per le esigenze di comunicazione e navigazione e che sicuramente avranno un ruolo importante per le future missioni lunari e per quelle verso Marte: il Pianeta Rosso, infatti, con la sua morfologia più varia rispetto a quella, oggettivamente molto… squallida della Luna, potrebbe avere maggiori motivi di presa sull’opinione pubblica.
Su tutto ciò, comunque, aleggia sempre il problema della spesa pubblica: la NASA e le altre agenzie spaziali nazionali ed internazionali dipendono da casse statali che hanno sempre meno disponibilità. Secondo uno studio del 2023 (il più recente del quale disponiamo perché quelli relativi al 2024 sono ancora in elaborazione) la ricchezza totale mondiale ha presentato un calo del 2,4% eispetto all’anno precedente, e, d’altra parte, è fisiologico che sia così. Le voci di spesa crescono: all’epoca del primo sbarco sulla Luna eravamo 3,6 miliardi ed oggi siamo 8,2 miliardi. Logico, quindi, che le finanze statali siano sempre più in affanno: già oggi l’attività satellitare è in gran parte in mano ai privati e il programma di maggiori investimenti che dovranno portare al primo sbarco su Marte si basa su un progetto della compagnia SpaceX, fondata dal magnate Elon Musk.
